mercoledì 23 ottobre 2013

TRE MILIONI DI EURO PER COMPRARE UN SENATORE

Arrivano da Napoli i nuovi guai giudiziari per Silvio Berlusconi. Il Cavaliere è stato rinviato oggi a giudizio dal gup Amelia Primavera per corruzione assieme al giornalista Valter Lavitola; il processo comincerà il prossimo 11 febbraio davanti alla IV sezione del Tribunale. Tra il 2006 e il 2008, è l’accusa, l’ex presidente del Consiglio e l’ex direttore dell’ Avanti! consegnarono tre milioni all’ex senatore Sergio De Gregorio perché abbandonasse la maggioranza di centro sinistra e passasse con il centro destra. De Gregorio, che ha confessato di avere intascato quel denaro, ha patteggiato la pena di venti mesi di reclusione.

Per i legali di Berlusconi, Michele Cerabona e Niccolò Ghedini, quella del gup è «una decisione straordinaria»: «Solo pochi mesi fa - ricordano - lo stesso ufficio gip, con un diverso giudice, aveva stabilito l’improcedibilita’ del richiesto giudizio immediato, rilevando insussistente l’ipotesi corruttiva. Ora sugli stessi elementi viene fissato il giudizio». Una decisione che scatena, come prevedibile, la reazione politica del Pdl: giustizia a orologeria, aggressione giudiziaria e strategia delle toghe sono i giudizi che ricorrono nelle infuocate dichiarazioni dal partito.

La sentenza è arrivata nel pomeriggio, dopo circa un’ora e mezzo di camera di consiglio. Un Valter Lavitola dall’aria rilassata ha assistito alla lettura del dispositivo. Ad attendere, davanti all’aula 213, numerosi giornalisti. Altrettanto numerosi fotografi e cameraman attendevano all’ingresso del palazzo di giustizia sperando di catturare qualche immagine di Lavitola. Il giornalista, riarrestato nelle scorse settimane per decisione della Corte d’appello dopo essere stato filmato nel cortile del palazzo in cui abita, ha confermato di avere dato consistenti somme di denaro a Sergio De Gregorio, asserendo tuttavia che si trattava di soldi relativi al finanziamento del quotidiano L’Avanti!.

Sarà dunque un collegio di giudici a vagliare gli elementi di prova raccolti dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, coordinato dal colonnello Nicola Altiero, e a decidere se, offrendo denaro a Sergio De Gregorio, Berlusconi e Lavitola commisero il reato di corruzione. Soddisfatta l’accusa, rappresentata in aula dai pm Alessandro Milita e Henry John Woodcock, titolari dell’inchiesta assieme ai colleghi Fabrizio Vanorio e Vincenzo Piscitelli. La difesa del Cavaliere (era presente solo l’avvocato Michele Cerabona, ma si è allontanato prima della sentenza) ha invece sempre sostenuto che i soldi versati da Berlusconi non dovevano servire a mettere in minoranza il governo guidato da Romano Prodi, come poi avvenne nel 2008, ma solo a sostenere il movimento politico fondato da De Gregorio.

«Nessun’altra dazione di denaro c’è stata - ripetono Cerabona e Ghedini - e, come risulta dagli atti, De Gregorio voleva fortemente tornare nel centrodestra. Per sua stessa ammissione, tutti i voti dati nel corso della legislatura erano correlati alle sue convinzioni personali e non già a somme di denaro ricevute o promesse». La difesa resta ottimista sull’esito del processo: «Il dibattimento non potrà che chiarire ulteriormente questa situazione, con il conseguente riconoscimento dell’insussistenza dei fatti contestati».

Soddisfatto, a fine giornata, Sergio De Gregorio: «Mi fa piacere che il gup giudichi vere le mie parole». Il suo ex partito, l’Idv, sarà parte civile nel processo, ricorda Antonio Di Pietro. Il resto dei commenti viene dal Pdl, cominciando da Renato Schifani («Milano chiama, Napoli risponde: ma nessuno si illuda, Berlusconi resterà leader del centrodestra») e Renato Brunetta («Continua la guerra dei vent’anni»). «Strategia chiara, riforma della giustizia ineludibile», avverte Mara Carfagna. «Non si può far fuori per via giudiziaria chi ha ancora i suoi consensi e la sua credibilità», aggiunge Mariastella Gelmini.

«Ennesimo episodio di accanimento giudiziario» secondo Maurizio Gasparri; per Raffaele Fitto «certa magistratura sovverte le regole democratiche e la volontà degli elettori». Con il rinvio a giudizio «si riscrive la Costituzione, introducendo il vincolo di mandato per i parlamentari», riflette Daniela Santanché. E Maurizio Sacconi: «Siamo tutti testimoni di come cadde il governo Prodi, sarebbe assurdo pretendere di riscrivere quella cronaca in un’aula giudiziaria». 

CONFESSIONE CHOC PER LA BELLISSIMA CUCINOTTA: A 20 ANNI UN UOMO TENTO' DI VIOLENTARLA






"Ho provato anch'io sulla mia pelle la violenza degli uomini. Quando avevo 20 anni mi ero trasferita a Parigi. Un pomeriggio per strada, un tipo mi ha seguito e mi ha messo le mani addosso. Ha cercato di strapparmi la felpa, ma sono riuscita a scappare dentro un portone e ho chiamato la polizia. Quando sono arrivati mi hanno detto: 'Eh, ma tu sei mediterranea, li provochi'. Questa la scioccante confessione che Maria Grazia Cucinotta ha rilasciato in una intervista esclusiva pubblicata da "Chi".
L'intervista a "Chi""Per questo - racconta Cucinotta - ho deciso di combattere attivamente contro la violenza sulle donne. Compresi i tanti pregiudizi, come quello per cui una donna che subisce violenza probabilmente se l'è un po' cercata, perché troppo femminile o non abbastanza sottomessa. Oggi se una donna si veste un attimo più carina, anche solo per andare in ufficio, per gli uomini è una tacita autorizzazione a provarci o a considerarle sgualdrine. Una donna - conclude Cucinotta - non deve vergognasi di essere attraente, né avere paura di essere donna".

MUORE ALBERTO MUSY DELL'UDC. IL SUO ASSASSINO FRANCESCO FURCHI' E' IN CARCERE

Il consigliere comunale di Torino, Alberto Musy, candidato sindaco alle ultime elezioni amministrative, è stato raggiunto dopo le 8 del mattino del 21 marzo 2012 da tre proiettili davanti al portone di casa da un uomo che indossava un casco bianco. Oggi dopo un coma durato diversi mesi è morto.  Il capogruppo dell’Udc è stato ferito da due proiettili al braccio destro e un terzo ha colpito la spalla sinistra. Musy aveva da poco accompagnato i quattro figli a scuola quando è rientrato a casa perché aveva dimenticato l’iPad. Secondo la testimonianza della moglie, Angelica D’Auvare, le sue parole prima di svenire sono state: “Ange, mi hanno seguito…”. Musy è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Molinette per un ematoma cerebrale successivamente i medici hanno fatto sapere che l’uomo si trova in prognosi riservata ma è fuori pericolo.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti una persona avrebbe citofonato alle 8.30 a un vicino di Musy in via Barbaroux per farsi aprire con la scusa di dover consegnare un pacco. L’aggressore una volta dentro il cortile dello stabile ha atteso l’arrivo di Musy e ha scaricato cinque colpi di un P38 in direzione dello stesso. La moglie del consigliere comunale si trovava nella sua abitazione al quarto piano sentendo le urla del marito è corsa prontamente a prestargli i primi soccorsi poi è arrivato un vicino che agli inquirenti ha fornito un identikit sull’aggressore: “un uomo tra i 40 e i 45 anni”. Per le forze dell’ordine l’agguato rimane un mistero visto che Musy non ha mai ricevuto minacce.






Alberto Musy era  molto stimato per la pacatezza dei toni che sono il suo stile anche in politica. Un'esperienza nella quale si era tuffato nella primavera scorsa, accettando l'invito a candidarsi sindaco, pur sapendo di avere la strada sbarrata da Piero Fassino, cavallo vincente del centrosinistra, e Michele Coppola, schierato dall'asse Pdl-Lega Nord.
Avvocato, docente di diritto privato comparato, aveva 46 anni, era sposato e lascia quattro figlie di cui la piu' piccola ha tre anni.
Nella sua attivita' professionale si occupava, tra l'altro, di cause di lavoro. Aveva conosciuto la moglie, Angelica Corporandi D'Auvare, durante la campagna elettorale del Partito Liberale. Musy insegnava all'Universita' del Piemonte Orientale, ma e' stato docente anche a Montreal, New York e Tel Aviv. L'anno scorso, dopo la rinuncia a candidarsi per i centrosinistra di Francesco Profumo, Udc, Fli e Api avevano puntato proprio su Musy, un candidato della societa' civile con l'obiettivo di inserirsi nella lotta tra centrodestra e centrosinistra, cercare di convincere gli indecisi e riportare al voto i tante astenuti (34%) nella precedente consultazione.
A Musy, che nei quattro anni precedenti il voto del 2011 aveva studiato il rilancio di Torino per il centro Einaudi, tuttavia, aveva pensato anche una parte del Pdl, prima di optare, al termina di una lunga discussione interna, sulla candidatura di Coppola, assessore regionale alla Cultura. Alle Amministrative Musy ha poi raccolto il 4,9% delle preferenze, con 21.896 voti.

L'autore del delitto ripreso dalle telecamere di  videosorveglianza nel centro storico di Torino lo ripresero, ma ci volle molto tempo prima che la polizia individuasse un presunto responsabile, arrestato un anno dopo: si tratta di Francesco Furchì (in carcere) che era stato candidato alle ultime elezioni comunali di Torino nelle quali sosteneva Musy e che avrebbe agito per rancori causati dai mancati aiuti di Musy in alcune vicende, come il tentativo di acquisizione della fallita società ferroviariaArenaways.
  Un lungo silenzio: è stata questa la reazione di Furchì quando in mattinata gli è stata portata la notizia della morte di Alberto Musy. Furchì è stato descritto da chi ha avuto occasione di parlargli come «sconcertato». Ai suoi interlocutori si è limitato a dire, dopo un lungo silenzio, le parole «e ora?».
«PERIZIA SUPER PARTES» - Proprio martedì Furchì aveva chiesto «una perizia superpartes», magari affidata a specialisti di «fuori Piemonte» per evitare che possano essere influenzati. Furchì intende rebbe rilasciare dichiarazioni spontanee. In una lettera inviata a tutti i giornali ha scritto che nel corso delle udienze sono emerse «eclatanti discordanze» fra i pareri degli esperti che, per conto di accusa e difesa, hanno cercato di stabilire se lui sia davvero «l’uomo con il casco» filmato dalle telecamere sparse per il centro cittadino mentre, a piedi, si aggira nella zona in cui fu teso l’agguato a Musy. Da qui la sua richiesta di una perizia.
COSA CAMBIA AL PROCESSO - “Dal punto vista processuale - spiega l’avvocato Gian Paolo Zancan che segue la famiglia Musy - cambia l’imputazione, che diventa omicidio volontario premeditato punito con l’ergastolo. Cambia il giudice, che diventa la corte d’Assise, quindi prevedo che ora si faccia l’accertamento autoptico del nesso causale, che è evidente che resterà quella che lo ha condotto in stato vegetativo. E il tribunale rimetterà gli atti al pm dichiarandosi incompetente. Si svolgerà quindi un processo in corte d’Assise. Col consenso delle parti comunque tutti gli atti di quanto fatto finora sono utilizzabili”. Sull’unico imputato, Francesco Furchi’, che si è sempre dichiarato innocente, il legale ha detto: “non credo che cambierà atteggiamento. Finora ha ragionato con una pervicacia ostinata e negativa, non prevedo cambiamenti che sono sempre possibili ma non ritengo che lui cambi”.
LA FAMIGLIA - Musy è morto intorno alle 22 in una clinica in Piemonte dove sono ricoverati pazienti in coma irreversibile. La moglie Angelica ha ricevuto la telefonata poco dopo e intorno alle 23 ha sentito Zancan. “Adesso vorrei che si mantenesse il silenzio che si addice al lutto. Sottolineo il calvario di questa famiglia - prosegue l’avvocato - moglie sorella e quattro figlie che dopo così tanto tempo in stato vegetativo ora vedono le loro speranze al milionesimo azzerarsi”.

KENT: ITALIANO UCCISO DA 4 LITUANI PERCHE' "GLI RUBAVA" IL LAVORO

Un diciannovenne di Nibionno (Lecco), Joele Leotta, è stato ucciso a calci e pugni a Madistone, capoluogo del Kent da un gruppo di nove ragazzi, tra i 21 e i 25 anni, fra cui 4 lituani ubriachi che volevano impartire una lezione a lui e a un suo amico, Alex Galbiati, ''perché - questo il motivo come raccontato dal quotidiano Il Giorno - rubavano il lavoro''. Intanto è stato dimesso dall'ospedale Alex Galbiati, l'altro ragazzo italiano sopravvissuto all'aggressione. La famiglia di Alex si sta recando sul posto.
"Rubi lavoro" - Joele Leotta era andato in Inghilterra per imparare l'inglese e, per mantenersi, aveva trovato impiego con l'amico in un ristorante della zona. E' qui che i giovani hanno cominciato a importunare i due italiani, accusandoli di rubare lavoro e, quando ormai i due ragazzi lecchesi erano nel loro alloggio, i nove hanno fatto irruzione e li hanno massacrati. Uno di loro avrebbe anche usato un coltello contro Leotta. L'amico, Alex Galbiati, ha avuto lesioni al collo, alla testa e alla schiena: è ancora in ospedale ma sarebbe fuori pericolo.
La polizia: "Non sono inglesi" - La polizia locale ha dichiarato che "sono di nazionalità straniera, non inglesi" le persone che rimangono in stato di arresto per l'aggressione. Lo ha riferito all'ANSA la polizia del Kent. "Non stiamo trattando l'episodio come un incidente a sfondo razziale", ha detto un portavoce della polizia.
Console, aspettiamo capire i fatti  - Comunque "sono in corso le indagini di polizia e siamo in attesa di capire esattamente cosa sia accaduto". Lo ha detto  il console generale d'Italia a Londra, Massimiliano Mazzanti, che sta seguendo da vicino la vicenda. Confermando che i responsabili sono in stato di fermo, il console ha sottolineato che non sono stati diffusi dettagli sulla loro età o nazionalità: "Aspettiamo di conoscere lo svolgimento dei fatti, fino a quel momento ogni ricostruzione è illatoria", ha ribadito. Intanto la famiglia del giovane italiano rimasto vittima dell'aggressione è giunta nel Paese ed è costantemente assistita dal personale del Consolato.

Polizia: fermate sette persone -  "Sono state originariamente fermate nove persone, sette rimangono in stato di arresto e sono tutte di nazionalità  straniera'', ha detto inoltre il portavoce aggiungendo che delle due persone rilasciate, che dovranno presentarsi alle forze dell'ordine a dicembre quando verranno sentite sulla base degli sviluppi delle indagini, solo una è di nazionalità britannica.
Padre: "So solo che è morto" - "L'unica cosa certa è che mio figlio è stato ucciso, che si tratta di omicidio... sul movente io non posso ancora dire nulla", ha detto Ivan Leotta, padre di Joele. "Era arrivato solo una settimana fa, escludo abbia avuto il tempo di infilarsi in situazione di rischio". ''Mio figlio era arrivato qui lunedì 14 e il giorno dopo aveva cominciato a lavorare nel ristorante Vesuvius a Maidestone dove aveva trovato anche alloggio - ha spiegato ancora il padre - Se non sbaglio il ristorante è gestito da italiani". "Conosco anche l'altro ragazzo aggredito con il quale abbiamo cercato di parlare appena arrivati in Inghilterra - ha aggiunto Leotta - ma è ancora sotto shock oltre che malridotto per il pestaggio subito". Tornando sul movente Ivan Leotta ha ribadito di non aver avuto conferma che l'aggressione abbia avuto uno sfondo razzista. "Ma nel pomeriggio ho appuntamento con gli investigatori che si occupano del caso - ha detto - per telefono non hanno voluto dirmi nulla".
Sindaco, hanno urlato italiani di m...   - Il sindaco di Nibionno, nel Lecchese, Claudio Usuelli, parla di ''comunità sconvolta'' dall'omicidio di Joele nel Kent, dove era andato una decina di giorni fa per studiare inglese e aveva trovato lavoro in un ristorante. Usuelli racconta che, da quanto ha appreso da ''fonti qualificate'', le nove persone che hanno aggredito Joele e il suo amico ''hanno sfondato la porta della loro camera, urlando: italiani di m..., ci rubate il lavoro''. E' "sconvolgente", secondo Usuelli, che "un ragazzo lasci il proprio Paese per cercare un'esistenza libera" e trovi la morte "da parte di energumeni, perché solo così vanno chiamati". Il sindaco di Nibionno polemizza anche con le autorità inglesi che hanno avvisato con ritardo quelle italiane. "Dobbiamo prendere lezioni di efficienza tutti i giorni da inglesi, tedeschi e altri, quando, in questo caso, i carabinieri di Costa Masnaga e la Farnesina si sono impegnati al massimo per dare informazioni alla famiglia di Joele. "I famigliari sono stati informati da un'amica del ragazzo dall'Inghilterra - ha spiegato il sindaco -: solo grazie ai carabinieri e alla Farnesina sono riusciti a capire che cosa era successo. Non dagli inglesi che si sono mossi in ritardo".

IL PAPA: I PESCI PICCOLI SONO IN CARCERE; QUELLI GROSSI SONO FUORI

Alle ore 9.30 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, prima dell’Udienza Generale, Francesco ha ricevuto nell'aula Paolo VI i partecipanti al Convegno Nazionale dei Cappellani delle carceri italiane.


Ai detenuti, a nome del Papa, ha detto Bergoglo: «potete dire questo: il Signore è dentro con loro; nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, il suo amore paterno e materno arriva dappertutto» ha detto Bergoglio, che ha affidato questo messaggio per gli ospiti delle sovraffollate carceri italiane a 150 cappellani, presenti.


«Prego - ha confidato ai sacerdoti - perché ciascuno apra il cuore a questo amore. E prego anche per voi cappellani, per il vostro ministero, molto impegnativo e molto importante, perché esprime una delle opere di misericordia». «Voi - ha scandito Francesco - siete segno della vicinanza di Cristo a questi fratelli che hanno bisogno di speranza». «Il Signore - ha poi concluso rivolto ai cappellani - vi benedica e la Madonna vi accompagni».

Anche il Signore è stato "carcerato dai nostri egismi, dai nostri sistemi, dalle tante ingiustizie. È facile punire i più deboli, mentre i pesci grossi nuotano". Parlando a braccio durante l'udienza, il Pontefice ha detto: "Recentemente - ha continuato - avete parlato di una giustizia di riconciliazione, ma anche una giustizia di speranza, di porte aperte, di orizzonti, questa non è una utopia, si può fare, non è facile perché le nostre debolezze sono dappertutto, il diavolo è dappertutto, ma si deve tentare". Bergoglio nella udienza generale in una piazza San Pietro gremita, ha ribadito un concetto alui caro: «La Chiesa non è un negozio, la Chiesa non è un’agenzia umanitaria, la Chiesa non è una ong, la Chiesa è mandata a portare a tutti Cristo e il suo Vangelo» sottolineando che «la Chiesa non porta se stessa, se è piccola, se è grande, se è forte, se è debole, ma la Chiesa porta Gesù. E la Chiesa deve essere come Maria, quando è andata - lo abbiamo sentito nel Vangelo - quando è andata a fare la visita ad Elisabetta. Cosa portava Maria? Gesù! E la Chiesa porta Gesù. E questo è il centro della Chiesa, eh? Portare Gesù». «Se, un’ipotesi, una volta succedesse che la Chiesa non porta Gesù, - ha rimarcato papa Francesco - quella è una Chiesa morta. Capito? Deve portare Gesù? E deve portare la carità di Gesù, l’amore di Gesù, la forza di Gesù».


Papa Francesco telefona abitualmente ad alcuni carcerati a Buenos Aires. Lo ha raccontato lui stesso nel corso dell'incontro con i cappellani delle carceri italiane, ai quali ha confidato che dopo la conversazione con l'uno o l'altro dei suoi amici dietro le sbarre, poggiata la cornetta gli viene alla mente una domanda dolorosa: «Perché lui è lì e non io?». «Ogni volta che chiamo i carcerati di Buenos Aires, ogni tanto la domenica per una chiacchiera, mi domando: perché lui e non io?», ha detto parlando a braccio. «Io - ha aggiunto - che meriti più di lui ho per non stare lì». «Fa bene domandarsi: `Perché lui è caduto e non io?´ Le debolezze che abbiamo sono le stesse... È un mistero che ci avvicina a loro», ha osservato il Pontefice.
Nel suo saluto a papa Francesco, don Virgilio Balducchi, a nome di tutti i cappellani delle carceri italiani ha avanzato tre richieste al Papa: l'istituzione di un «luogo permanente» per i detenuti e problemi delle carceri, all'interno di un dicastero vaticano, «magari - ha suggerito - `Giustizia e pace´-; una «celebrazione di riconciliazione qui in Vaticano, con lei», da fare l'anno prossimo, incentrata sul tema delle carceri; infine che il Papa sostenga «anche davanti ai politici dell'Italia che anche in Italia c'è bisogno di una giustizia maggiormente riconciliativa, e sarebbe ora che la si applicasse». Ieri sul tema, nell'ambito del convegno, era intervenuto il segretario della Cei Monsignor Mariano Crociata.

PAPA FRANCESCO ALLONTANA IL VESCOVO DI LIMBURG. TROPPI SPERPERI NELLA DIOCESI




Stop con le spese esagerate. Per questo Papa Francesco ha deciso di allontanare dalla diocesi tedesca di Limburg monsignor Franz-Peter Tebartz-van Elst. Il vescovo ha suscitato numerose polemiche e critiche in Germania soprattutto da parte di molti preti e fedeli della sua diocesi, per aver sostenuto spese faraoniche per la ristrutturazione della sua residenza.
 "Il Santo padre - spiega la sala stampa della Santa Sede in un bollettino - è stato continuamente informato ampiamente e obiettivamente sulla situazione nella diocesi di Limburg. Nella diocesi si è venuta a creare una situazione nella quale il vescovo, mons. Franz-Peter Tebartz-van Elst, nel momento attuale non può esercitare il suo ministero episcopale".
"Dopo la 'visita fraterna' - prosegue la Santa Sede - del card. Giovanni Lajolo nello scorso mese di settembre, la conferenza episcopale tedesca, conformemente a un accordo fra il vescovo e il capitolo del duomo di Limburg, ha costituito una commissione per intraprendere un esame approfondito della questione della costruzione della sede episcopale. In attesa dei risultati di tale esame e dei connessi accertamenti sulle responsabilità in merito, la Santa Sede ritiene opportuno autorizzare per mons. Franz-Peter Tebartz-van Elst un periodo di permanenza fuori della diocesi".
 "Per decisione della santa sede entra fin da oggi in vigore la nomina dello stadtdekan Wolfgang Rosch - conclude la nota - come vicario generale, nomina che era stata annunciata dal vescovo di Limburg per il 1° gennaio 2014. Il vicario generale Rosch amministrerà la diocesi di Limburg durante l'assenza del vescovo diocesano nell'ambito delle competenze legate a tale ufficio".Città del Vaticano, 23 ott. (TMNews) - 

                                           


Il Papa ha stabilito che il controverso vescovo tedesco di Limburg, Franz-Peter Tebartz-van Elst, al centro da settimane di polemiche per le spese eccessive di costruzione della sua residenza, trascorrerà "un periodo di permanenza fuori dalla diocesi" ed ha costituito "una commissione per intraprendere un esame approfondito della questione della costruzione della sede episcopale". Durante l'assenza del vescovo, entra in carica un nuovo vicario generale, Wolfgang Roesch. Il vescovo di Limburg è al centro delle polemiche in Germania per le spese eccessive sostenute per la ristrutturazione dell'episcopio pari a circa 31 milioni di euro. Il vescovo tedesco era giunto all'inizio della settimana scorsa a Roma per incontrare il Papa, che gli ha concesso udienza lunedì, dopo aver ricevuto nei giorni precedenti il presidente della conferenza episcopale tedesca, mons. Robert Zollitsch, e l'arcivescovo di Colonia, card Joachim Meisner. La sera prima dell'udienza del Papa, il vescovo di Limburg aveva ricevuto, al suo domicilio romano, la visita del suo connazionale mons. Georg Gaenswein, prefetto della Casa pontificia nonché segretario personale di Benedetto XVI. Val Elst due giorni fa è stato ricevuto da Papa Francesco, che proprio prima dell’incontro era tornato a scagliarsi contro la cupidigia, “strumento dell’idolatria e causa di distruzione degli esseri umani”, secondo il Pontefice.


martedì 22 ottobre 2013

DECURTATO L'ASSEGNO ALLA MOGLIE DI BERLUSCONI PARI A 1,5 MILIONI DI EURO



                                                     la seconda  moglie di Silvio Berlusconi



 Berlusconi non l'aveva mai digerito, l'assegno di mantenimento alla ex moglie: tre milioni di euro al mese, centomila euro al giorno, con Veronica che rinunciava alla villa di Macherio.
Lo considerava l'ennesimo schiaffo dei magistrati milanesi: un'altra botta al portafoglio, più o meno come il Lodo Mondadori con cinquecento milioni di euro a De Benedetti.
Così l'estate scorsa l'ex premier ha avviato a Monza una causa di divorzio. A Milano con Veronica Lario aveva trattato la separazione consensuale. I giudici brianzoli hanno praticamente dimezzato l'appannaggio della ex moglie: Berlusconi adesso le deve un milione e quattrocentomila euro al mese, quarantaseimila euro al giorno.
L'ex presidente del Consiglio aveva già provato a ricontrattare con Veronica gli alimenti. Si era parlato anche di un riavvicinamento dopo un incontro a pranzo e di un accordo sulle basi di questa cifra.
La cosa non era andata in porto. Gli avvocati avevano smentito ufficialmente e parlato solo di rapporti civili.
Ora la nuova svolta. L'ordinanza dei magistrati monzesi è appellabile sempre a Milano. Quindi, probabilmente, la querelle della separazione tra Silvio e Veronica avrà ancora un seguito.
Cominciò tutto con la lettera della Lario alla Repubblica nel 2007 con le vergini che si offrono al drago: un passaggio citato anche dai pubblici ministeri di Milano nella requisitoria del processo Ruby bis. Poi nel 2009 c'era stata un'altra missiva di Veronica dopo il caso del compleanno di Noemi Letizia festeggiato da Berlusconi in un ristorante di Casoria: Veronica aveva scritto di divertimento dell'Imperatore e ciarpame senza pudore per le candidature di un gruppo di ragazze alle elezioni europee.
Il matrimonio dopo ventidue anni ovviamente era saltato. Nel 2010 è scoppiato lo scandalo Bunga bunga e si è saputo più o meno tutte delle feste di Arcore con le Olgettine. L'estate scorsa la condanna per concussione e prostituzione minorile.
Veronica intanto è uscita di scena. Berlusconi ha trovato una nuova compagna, Francesca Pascale: una relazione passata tra le foto sui settimanali con il barboncino Dudù, la Pascale ha imposto la spending review a Palazzo Grazioli e, secondo i rumours dellla politica, vietato le visite ai falchi tipo Santanchè e Bondi, mentre la settimana scorsa da Santoro, Michelle Bonev ha gettato più di un'ombra sull'autenticità del rapporto e i gusti sessuali di Francesca e si è presa una querela e la richiesta di un risarcimento di dieci milioni.
Adesso il Tribunale di Monza assottiglia l'assegno di mantenimento per la ex moglie, una cosa di prassi, secondo gli avvocati di Berlusconi per i quali l'appannaggio dato nella causa di separazione normalmente si ritocca al ribasso in sede di divorzio. Berlusconi davanti ai magistrati di Bari che indagano sul caso escort aveva giustificato così i cinquemila euro versati ogni mese a Tarantini: "Signori, mi hanno condannato a pagare 3 milioni e 200 mila euro al mese a mia moglie, cioè 100 mila euro al giorno. Cinque mila euro sono venti minuti di pagamento, venti minuti a mia moglie".
                                                      La coppia ai tempi d'oro