lunedì 14 ottobre 2013

RENZI PRIMA DI PARLARE A VANVERA CONTI FINO A 10



Oggi in Italia i detenuti sono sono 64.458.  Il 35,19%è è composto da stranieri. Il 4,42% sono donne. Il 37,17% è in custodia cautelare. Il 39,44% ha una imputazione o condanna per violazione della legge sulle droghe. Il 53,41% è detenuto per reati contro il patrimonio. Il 10,2% ha una condanna o una imputazione di mafia. Il numero assoluto dei detenuti per associazione a delinquere di stampo mafioso è pari a 6.758 di cui 134 donne e 75 stranieri. Gli ergastolani sono 1.581. Il 36,8% è in carcere per reati contro la persona. Il 60,45% delle persone condannate deve scontare una pena residua inferiore ai 3 anni. Sono 16.626 i detenuti in affidamento in prova al servizio sociale. 1.295 detenuti sono  in semilibertà. 18.627 sono in detenzione domiciliare (il 21,6% è composto da stranieri). Il 15,3% della popolazione reclusa ha la licenza elementare o è privo di titolo di studio o è analfabeta. L'Italia ha il tasso di sovraffollamento più alto di tutta l'area dell'Unione Europea: 170 detenuti ogni 100 posti letto, secondo l'ultimo rapporto dell'Associazione Antigone. Per il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria i posti letto regolamentari sono 47 mila. Antigone ne conta 37 mila in quanto detrae i posti relativi a reparti chiusi in quanto in ristrutturazione (ad esempio due reparti del carcere romano di Regina Coeli). Se i numeri de DAP fossero esatti cio' significa che in cella sono presenti oltre 22 mila detenuti in più, con un tasso di affollamento più alto dell’Unione europea .  Circa 15 mila detenuti hanno meno di 30 anni, quindi una popolazione molto giovane. 587 detenuti hanno, invece, più di 70 anni. Oltre il 40% della popolazione ristretta è celibe o nubile. I laureati sono 604, di cui 176 stranieri, ovvero meno dell’1% del totale, un numero inferiore agli analfabeti totali. Meno di un terzo del totale dichiara di avere un lavoro.
                                        
           LA VERGOGNA E LO SCANDALO DELLE  CARCERI DELLA LIGURIA

Numeri da brividi, quelli delle violenze nelle carceri liguri. Sono quelli che diffonde il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri, riferiti agli eventi critici accaduti nel primo semestre del 2013.
Spiega Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del Sappe: "Da tempo denunciamo l'invivibilità delle carceri liguri per i poliziotti penitenziari, costretti a fronteggiare una violenza sistemica fatta da costanti episodi di criticità. Oggi diamo anche i numeri di queste violenze, perchè le istituzioni sorde ascoltino finalmente il grido d'allarme dei poliziotti e si decidano ad intervenire sulle problematiche liguri. Dal 1° gennaio al 30 giugno scorsi, nella nostra Regione ci sono stati 21 atti di autolesionismo nel carcere di Marassi, 14 a Sanremo, 11 a Spezia, 6 a Pontedecimo, 5 a Imperia, 4 a Chiavari e 2 a Savona. 12 i detenuti che hanno tentato di togliersi la vita, salvati in tempo dalle donne e dagli uomini della Polizia penitenziaria: 3 a Marassi e Pontedecimo, 2 a Sanremo e Spezia, 1 a Chiavari ed Imperia. Pesante anche il numero delle colluttazioni: ben 38 a Sanremo (sintomo di una pessima organizzazione del lavoro e di una altrettanta negativa gestione degli strumenti disciplinari verso i detenuti), 16 a Pontedecimo, 7 a Imperia, 4 a Savona e 2 a Spezia, Marassi e Chiavari”.
Martinelli, che sottolinea anche come le manifestazioni di protesta di detenuti a vario titolo in Liguria hanno visto coinvolti complessivamente 1.003 detenuti - 746 nella rumorosa protesta della battitura delle inferriate e 257 nel rifiuto del vitto fornito dall’Amministrazione penitenziaria -, evidenziare che se il bilancio di queste violenze non si aggrava ulteriormente “è grazie alle donne e agli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio nelle carceri liguriPoliziotti, è bene ricordarlo, i cui organici sono carenti di circa 7mila unità – 400 in meno solo in Liguria -  e che mantengono l’ordine e la sicurezza negli oltre duecento Istituti penitenziari a costo di enormi sacrifici personali, mettendo a rischio la propria incolumità fisica, senza perdere il senso del dovere e dello Stato, lavorando ogni giorno, ogni ora, nel difficile contesto penitenziario con professionalità, senso del dovere, spirito di abnegazione e, soprattutto, umanità”.                       



  IL NUOVO ORDINARIO MILITARE D'ITALIA:  IL TENENTE GENERALE SUA   ECCELLENZA L'ARCIVESCOVO MONSIGNOR  SANTO  MARCIANO'





Monsignor Santo Marcianò è nato a Reggio Calabria il 10 aprile 1960. Si è laureato in Economia e Commercio nel 1982, presso l’Università degli Studi di Messina. L’anno successivo ha intrapreso il cammino di discernimento vocazionale presso il Seminario Romano Maggiore e nel 1987 ha conseguito il Baccellierato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense.

È stato ordinato presbitero il 9 aprile 1988, nella Cattedrale di Reggio Calabria.

Nel 1990 consegue il Dottorato in Sacra Liturgia presso il Pontificio Ateneo “S. Anselmo”.

Dal 1988 al 1991 è stato Parroco a Santa Venere, Vicario parrocchiale a S. Maria del Divino Soccorso e animatore della pastorale giovanile di Azione Cattolica. Dal 1991 al 1996 è stato Padre Spirituale nel Seminario Maggiore Pio XI e dal 1996 è Rettore del medesimo Seminario, dove pure Docente di Liturgia e Teologia Sacramentaria. Dal 2000 ricopre anche l’ufficio di Direttore del Centro Diocesano Vocazioni.

Nell’Arcidiocesi di Reggio Calabria – Bova, Mons. Marcianò è stato pure membro della Commissione Liturgica Pastorale, Presidente del Collegio dei Revisori dei Conti e membro del Collegio dei Consultori. Nel 1997 è stato nominato canonico del Capitolo Metropolitano. Inoltre è stato Vicario Episcopale per il Diaconato permanente e i Ministeri, membro di diritto del Consiglio Presbiterale e del Consiglio Pastorale diocesano.

È stato eletto alla sede arcivescovile di Rossano – Cariati il 6 maggio 2006, ed è stato ordinato vescovo il 21 giugno 2006. È Segretario della Conferenza Episcopale Calabra e Segretario della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza Episcopale Italiana.

Papa Francesco il 10 ottobre 2013 lo ha nominato Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia.

Stemma
Nello stemma è rappresentata l’immagine del pellicano che nutre i propri figli con il sangue che sgorga dal suo cuore. La simbologia cristologica del pellicano trae origine, in particolare, dall’Adoro te devote, antico canto eucaristico attribuito a San Tommaso d’Aquino, che recita:
«Pie pellicane, Iesu Domine, me immundum munda tuo sanguine;
cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere».

Le parole di questo canto hanno fatto del pellicano uno dei simboli eucaristici per eccellenza. L’iconografia cristiana, a partire dal Medioevo, ha usato l’immagine del pellicano come allegoria di Cristo che sulla Croce viene trafitto al costato perdendo sangue e acqua fonte di vita per gli uomini. Con questo simbolo, dunque, viene evidenziato il sacrificio di Cristo, la sua totale abnegazione, la sua morte in croce e l’amore del Padre che invia il proprio Figlio a versare il suo sangue per la nostra salvezza. Il Pellicano diventa, perciò, figura della Redenzione operata da Cristo, icona dell’amore, del dono totale di sé, simbolo dell’amore paterno di Dio.

Dante nella Divina Commedia accosta la scena dell’Ultima Cena, dove l’apostolo Giovanni china il capo sul petto del Maestro, con la figura del pellicano: «Questi è colui che giacque sopra’l petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto» (Divina Commedia, Paradiso, canto XXV, 112-114).

In questo stemma il pellicano è rappresentato in argento, smalto simbolo della trasparenza, della Verità, sottolineando il messaggio di salvezza che il Signore proclama nel rispondere a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).
Il campo dello scudo è in azzurro, simbolo della incorruttibilità del cielo; rappresenta il distacco dai valori terreni e l’ascesa dell’anima verso Dio.
La croce doppia, arcivescovile (detta anche patriarcale) con due bracci traversi all’asta, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo è una croce trifogliata con cinque gemme rosse a simboleggiare le cinque piaghe di Cristo.

Motto

Il motto riprende le parole d’inizio del Magnificat (Lc 1, 46) con cui la Vergine, dopo il saluto di Elisabetta, inneggia al Signore.

Il Magnificat (cf Lc 1, 46-55), cantico che si ispira a quello di Anna riportato nell’Antico Testamento (cf 1 Sam. 2, 1-10), è un canto che rivela la spiritualità degli anawim biblici, ossia di quei fedeli che si riconoscevano poveri non solo nel distacco da ogni idolatria della ricchezza e del potere, ma anche nell’umiltà profonda del cuore, spoglio dalla tentazione dell’orgoglio, aperto all’irruzione della grazia divina salvatrice. Tutto il Magnificat è, infatti, marcato da questa umiltà, in greco tapeinosis, che indica una situazione di concreta umiltà e povertà.

L’anima di questa preghiera è la celebrazione della grazia divina che ha fatto irruzione nel cuore e nell’esistenza di Maria, rendendola Madre del Signore. Nelle parole del Magnificat ella non vede il segno della grandezza sua, ma di quella del suo Signore. «L’anima mia megalùnei, magnificat, fa grande il Signore». Maria si annienta di fronte a Dio per cantare la lode della Sua onnipotenza e misericordia. L’intima struttura del suo canto orante è la lode, il ringraziamento, la gioia riconoscente. La Madonna con questa lode del Signore dà voce a tutte le creature redente che nel suo fiat, e così nella figura di Gesù nato dalla Vergine, trovano la misericordia di Dio.

Nel ricordare le opere divine il canto del Magnificat evidenzia lo stile a cui il Signore della storia ispira il suo comportamento: egli si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare i superbi, i potenti e i ricchi. Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi, per mostrare chi sono i veri prediletti di Dio: Coloro che lo temono, fedeli alla sua parola; gli umili, gli affamati, Israele suo servo, ossia la comunità del popolo di Dio che, come Maria, è costituita da coloro che sono poveri, puri e semplici di cuore. E così questo canto ci invita ad associarci a questo piccolo gregge, ad essere realmente membri del Popolo di Dio nella purezza e nella semplicità del cuore, nell’amore di Dio.

SI ALL'INDULTO E ALL'AMNISTIA PER BERLUSCONI









Se amnistia e indulto saranno legge dovranno essere "applicate a tutti i cittadini", Silvio Berlusconi compreso. Con queste parole il ministro per le riforme Gaetano Quagliariello, intervistato a Radio 24, ha risposto al Guardasigilli Annamaria Cancellieri secondo la quale i provvedimenti di clemenza, verosimilmente, non saranno applicati al Cavaliere. "Credo che la Cancellieri sia stata fraintesa. Nessuno può ritenere che una legge possa non essere applicata solo a un cittadino - ha spiegato -. Sono convinto che una legge debba essere applicata a tutti i cittadini". Quanto alla posizione del Quirinale Quagliariello ha precisato che "Napolitano ha detto che amnistia e indulto è una parte della più generale riforma della giustizia che deve essere messa subito all'ordine del giorno dell'azione di governo".
"Alfano leader o meglio divisi".  "Un grande centrodestra che riesca a vincere nel 2015", in ogni caso, a proposito del Pdl, "meglio due partiti che un litigio permanente, ma speriamo di evitare anche il litigio nello stesso partito". Il ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, rilancia Alfano come leader del centrodestra e lo fa al microfono di Giovanni Minoli a Radio 24. "L'unico leader del centrodestra che può convivere con Berlusconi può essere Alfano se se lo conquista all'esterno. Ce lo ha insegnato Berlusconi, le battaglie non le ha mai fatte dentro il partito, il centrodestra è diventato maggioritario fuori". Quanto alla situazione interna al partito, "ci sono ottimi rapporti personali, ma è tanto tempo che non si parla di politica perchè c'è incomunicabilità, è questa è venuta fuori nell'ultimo periodo. Francamente una linea basata sulle dimissioni in massa dei parlamentari, dimissioni dei ministri, non mi è parsa una linea politica".
"Mai tradito Berlusconi"                   

Io, non mi sono mai sentito traditore di Berlusconi" ha sottolineato Quagliariello. Quanto all'attacco del Cavaliere che ha rivelato di non aver potuto scegliere lui i ministri del governo delle larghe intese, ad eccezione di Alfano, il ministro delle Riforme ha puntualizzato che lo stesso Berlusconi "ha smentito questa frase" e del resto "io ho saputo di diventare ministro non da Napolitano ma da Berlusconi".
Il giorno della fiduciaTornando al giorno della fiducia al governo Letta, durante il quale, "ci sono stati degli elementi di dramma effettivi", Quagliariello ha spiegato di "essersi dimesso dal governo e basta, non ho mai detto che ci sarebbe stato un nuovo gruppo parlamentare, ma se si fosse votato in modo diverso i gruppi sarebbero stati obbligatori". Berlusconi, ha concluso, "deve continuare la sua battaglia per stato diritto e per la giustizia da qualunque posizione si trovi. E' finito un ventennio? È un giudizio che devono dare gli storici".

domenica 13 ottobre 2013

CARABINIERI DISCRIMINATI COME I GAY ?



Discriminati per il solo fatto di intraprendere la carriera di ufficiale all’interno dell’Arma dei carabinieri. Considerati, di fatto, militari di serie B. Paragonati dai loro superiori agli omosessuali e dunque relegati, incredibilmente, all’interno delle discriminazioni di genere. E nonostante tutto questo lavorano come, se non di più degli altri, comandano nuclei speciali o compagnie locali. Sono i carabinieri del cosiddetto “ruolo speciale”, ex marescialli o ufficiali di complemento con alle spalle già una robusta esperienza sul territorio che decidono di intraprendere la carriera di ufficiali. Per farlo, però, devono superare un concorso pubblico. E fin qui tutto regolare. Peccato che, dopo aver superato gli esami, si ritrovino fin da subito a inseguire i colleghi che arrivano direttamente dall’Accademia considerati carabinieri di “ruolo normale”.
E se la semantica ha un senso, fin dai termini si comprende la differenza. A chiarire ulteriormente un problema che lede alla base la logica del merito all’interno della pubblica amministrazione, è il ricorso al Tar del Lazio scritto e firmato dall’avvocato Sebastiano Licciardello contro un bando adottato dal ministero della Difesa l’11 giugno 2013 con il quale s’indice un concorso per venti ufficiali di “ruolo speciale” per passare al “ruolo normale”. Concorso per titoli che prevede il superamento di un esame. In sostanza, dunque, i carabinieri che già hanno vinto il concorso pubblico si troverebbero a dover rifare un’ulteriore prova solamente per ottenere gli stessi privilegi giuridici e di carriera dei loro colleghi. Nulla, naturalmente, cambia per la loro operatività.

Il ricorso al Tribunale amministrativo, dunque, oltre a un problema particolare, solleva una criticità generale all’interno dell’Arma. “Una vera e propria discriminazione – si legge nel ricorso- tra gli appartenenti al ruolo speciale e gli appartenenti al ruolo normale”. Una discriminazione involontariamente sollevata dal vicecomandante generale dell’Arma Clemente Gasparri, fratello del senatore Pdl, quando nel gennaio 2012, intervenendo durante una lezione interna sulla pedopornografia, disse testualmente: “Gli ufficiali del Ruolo Speciale che fanno il ricorso, i giovani ufficiali dell’applicativo che fanno istanze per avvicinarsi alla famiglia, gli omosessuali che ostentano la loro condizione, sono in sintesi tutti passeggeri sciagurati dell’antico treno, potenzialmente responsabili della sporcizia o del deragliamento”. Quelle parole finirono sui giornali. Allo scandalo però fu messo in poco tempo il silenziatore. Ora le 14 pagine del ricorso al Tar lo riportano in primo piano.
Ripartiamo, allora, dalla distinzione. Da un lato i militari del “ruolo normale” che escono direttamente dall’Accademia. Dall’altro i carabinieri del “ruolo speciale” che superano il concorso pubblico. Prima e fondamentale differenza: l’avanzamento di carriera. Molto più spedito per gli ufficiali dell’Accademia, più lento per gli altri. Motivazioni? Zero. Risultato: nessun militare di ruolo speciale potrà mai ricoprire cariche di alto livello. Tanto che, ragiona l’avvocato Licciardello, “non è ragionevole prevedere un diverso avanzamento solo tenendo conto della forma di accesso (Accademia o concorso) violando palesemente il principio del merito che sorregge il pubblico impiego”. E dunque la sola “previsione del transito dal ruolo speciale al ruolo normale accentua ancor di più le diseguaglianze” perché “ripugna allo Stato di Diritto e al principio di democraticità che informa la Repubblica che lo status di un lavoratore – nel caso dipendente dello Stato e Ufficiale militare – possa essere irreversibilmente marchiato al momento dell’assunzione”. E questo “solo perché hanno rispettato la Costituzione per accedere al pubblico impiego e per aver superato un pubblico concorso riservato a chi aveva una esperienza e un vissuto da maresciallo, comandante di stazioni, magari di periferia, a diretto contatto con i quotidiani problemi di sicurezza”.
Esempi di discriminazione? Se un ufficiale di ruolo normale non si laurea entro il 31 dicembre dell’anno di nomina a capitano viene trasferito, mantenendo la carica, d’autorità nel ruolo speciale. Un ruolo considerato a tutti gli effetti di serie B. Il fatto ha ricadute indelebili nella quotidianità dei militari dove l’anzianità di grado vale più di ogni altra cosa.
E poi ci sono le parole. Quelle del vicecomandante Gasparri che danno il tono e disegnano lo scenario del mondo militare oggi. I carabinieri del ruolo speciale come gli omosessuali, in una discriminazione di “stato” che dovrebbe ripugnare.





MENTRE A ROMA RUBANO I NOSTRI 2 MARO' SONO PRIGIONIERI DA 18 MESI







A Nuova Delhi  i tre Ministri indiani degli Esteri,della Giustizia e degli Interni, si stanno adoperando, in collaborazione con la Polizia Investigativa Nia, affinché si trovi una soluzione al caso dei militari italiani Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
I due Marò, come ricordiamo, sono stati arrestati in India il 18 febbraio 2012 con l'accusa di aver ucciso, durante l'operazione di sicurezza della nave Enrica Lexie, due pescatori della zona. Da quel momento hanno fatto rientro in Italia solo per un breve periodo, nel febbraio 2013, per poi essere ritrasferiti a Nuova Delhi a marzo.
Staffan De Mistura, inviato del governo italiano, affermando di voler rimandare la sua partenza dal paese affinché venga fatta pressione e si giunga ad una svolta, ha dichiarato : "Al momento, grazie anche alla nostra azione, vedo degli spiragli positivi."
Essenziali però, per la risoluzione del caso, sarebbero le dichiarazioni degli altri quattro componenti del team di Girone e Latorre. Ma, come lo stesso De Mistura tiene a precisare,pur essendo pienamente a disposizione,le testimonianze di Alessandro Conte,Massimo Andronico,Renato Voglino e Antonio Fontana, saranno rilasciate esclusivamente in Italia e, quindi, le autorità indiane dovranno  procedere in altra maniera.                                         

Le prove a disposizione della Nia, secondo l'inviato italiano, non sarebbero sufficienti per presentare capi di imputazione contro i due fucilieri di marina e questo fa pensare, inevitabilmente, ad un passo avanti nelle indagini.I due marò detenuti in india non si meritano questa italia. E’ di poche ore fa, infatti, la notizia riportata dal “The times of India” ed ignorata dalla stampa Italiana, dove di evidenzia che il caso dei due fucilieri di marina si ncomplica ulteriormente. L’Italia – riporta il giornale – ha rifiutato di mandare quattro marines come testimoni a discarico India, la loro versione dei fatti, potrebbe alleggerire se non scagionare del tutto i nostri militari accusati di un omicidio non commesso. Le autorità indiane a loro volta si sono rifiutate venire in Italia in Italia per interrogare i marines testimoni, oppure di esperire l’interrogatorio tramite video-conferenza. Nel frattempo, l’India non ha nemmeno chiesto un tribunale speciale per processare i marines.
Mercoledì scorso, – riporta sempre il quotidiano indiano – il delegato del ministero italiano, Steffan de Mistura, ha incontrato il ministro degli Esteri Salman Khurshid per esprimere preoccupazione per il ritardo nel processo. De Mistura ha dichiarato ai giornalisti: “E ‘una questione emotiva. C’erano un sacco di tensioni psicologiche e politiche, anche quando i due marines sono stati spediti in India. Sarà difficile spiegare che, non solo i due marines sono qui, ma gli altri quattro dovranno essere inviati. Queste sono le forze speciali che svolgono funzioni delicate… sono sulle navi al momento per combattere la pirateria”. Sarà, ma quattro unità si sostituiscono, molto velocemente, basta un ordine di servizio.
“Abbiamo dato all’India tre opzioni. Vogliamo cooperare con l’India, ma non invieremo gli altri quattro marines in India. Abbiamo proposto che una delegazione possa venire in Italia, o possano parlare con loro tramite video-conferenza, o un questionario può essere inviato. “I militari italiani sono chiamati a sostenere un processo per l’uccisione di due pescatori indiani al largo della costa del Kerala, nel febbraio 2012.
De Mistura ha detto: “Siamo stati in attesa per due mesi per l’annuncio di un processo. La velocità è importante per noi.” Due dei marines accusati alloggiano all’Ambasciata italiana qui. India aveva promesso di annunciare un tribunale speciale per provarli, ma ha trascinato i suoi piedi sulla questione.

                                       

CHI SONO IO PER GIUDICARE L'AMORE LESBICO DI ROSALINDA?

 

 

 

Di recente Rosalinda Celentano e l'attrice Simona Borioni sono arrivate mano nella mano sul pink carpet di Roma Fiction Fest 2013.
In passato hanno smentito di avere una relazione, ma ora Simona Borioni ha ammesso che tra loro c'è un legame molto speciale.

Ecco le sue parole nel descrivere il rapporto con la figlia del Molleggiato: "Non amo le definizioni, chi mette le etichette, prima c’era un uomo, ora c’è una donna... del resto il termine omosessualità l’hanno coniato gli esseri umani, imperfetti per definizione. Mentre l’amore è sempre perfetto, assoluto e supera le barriere di classe o di pelle”

RENZI E LA LEGA CONTRARI AD AMNISTIA E INDULTO


''Il Capo dello Stato si è dimostrato ineccepibile sia con il governo Monti che con la nascita del governo Letta, non c'e' stato nessun eccesso di intervento. Ma bisogna anche avere il coraggio di dire che su alcune cose si puo' essere in disaccordo''. E' deciso l'intervento di Matteo Renzi, contrario agli espliciti segnali mandati dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Parlamento, perché si risolva al più presto la situazione critica delle carceri italiane per mezzo dei provvedimenti di amnistia e indulto. ''Il presidente della Repubblica non e' mai uscito dai suoi poteri, neanche con l'ultimo messaggio alla Camere, anzi ha dimostrato una capacita' di servizio unica. Poi, non si puo' dire 'l'ha detto il Capo dello Stato quindi si fa cosi' punto e basta'. I partiti se non discutono su questi temi, come quello dell'amnistia, a cosa ci stanno a fare?'', ribadisce Renzi
Aprire le celle? Troppo facile - "Non si può non far nulla per 6 anni e poi dire, scusate ci siamo sbagliati nei calcoli e a questo punto l'unico sbocco e aprire le celle" è un altro dei passaggi cardine dell'intervento di Renzi sul tema dell'amnistia e dell'indulto.  "Un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio e in gran parte sono detenuti per la Bossi-Fini o per la Fini- Giovanardi. Allora si intervenga in modo radicale sulla giustizia invece di non far nulla per sei anni".
Zanonato: 'Renzi ragiona in termini propagandistici' - Sul tema dell'amnistia e dell' indulto Matteo Renzi, secondo il ministro per lo Sviluppo, Flavio Zanonato, "ragiona in termini puramente propagandistici stile Grillo: 'mi conviene dire di più una cosa o l'altra sotto il profilo del consenso che poi alla fine ottengo?'. Non entra nel merito della questione". Per Zanonato, parlando a margine de La Repubblica delle Idee a Mestre, il merito della questione "è che le carceri, così come sono, oltre a produrre effetti drammatici sulla popolazione carceraria che è costretta vivere in una situazione assolutamente inaccettabile, produce l'effetto terribile che rimette alla fine del ciclo della pena in circolo persone che non possono avere altre alternative che continuare a delinquere, quindi con una recidiva altissima". "Vogliamo affrontare il problemi in modo propagandistico o vogliamo prendere in mano con serietà come ha fatto il presidente della Repubblica?. Non ho dubbi su questo: l'atteggiamento propagandistico di chi non vuole l'indulto perchè pensa che così prende qualche consenso in più non mi convince se è un interesse generale che va difeso".
Bonino: legga bene prima di giudicare - Se Matteo Renzi "è il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l'antico". Lo ha detto il ministro Emma Bonino al Comitato nazionale dei Radicali italiani sulle dichiarazioni di Renzi sull'amnistia. "Legga bene il messaggio di Napolitano, prima di rottamarlo", ha aggiunto
Lupi: 'Renzi cerca consensi,Pd non pensi a Berlusconi' - Sull'amnistia ''Renzi cerca consensi a destra come a sinistra, piu' che dimostrare che sta facendo politica che richiede responsabilità''. Cosi' il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi risponde alle considerazioni del sindaco di Firenze. ''L'amnistia e l'indulto - ha proseguito Lupi - sono stati richiesti e provocati da intervento fortemente elevato dal Presidente della Repubblica, che ha posto il tema del dramma. Ha posto il tema del dramma della carceri. Per una volta il Pd e il futuro segretario del Pd la smettiamo di pensare se le cose possono essere fatte o non fatte pensando a Berlusconi, all'unico nemico che ha tenuto unito l'opposizione''.
No anche da Tosi alla clemenza - Il sindaco di Verona, Flavio Tosi è contrario all'indulto/amnistia, e propone di rivedere il sistema carcerario includendo la possibilità di utilizzare le caserme dismesse per i reclusi con pene minori. "L'Italia - ha detto - è un paese che da un punto di vista di comminare le pene a chi delinque è sempre stato generoso. In base a quello che è l'ordinamento, di fatto per chi compie per la prima volta un furto, o chi per la prima volta spaccia, in galera non ci va neanche un giorno. C'e' quindi bisogno di ulteriori atti. Non si devono liberare i detenuti perchè sono troppi - ha evidenziato -, ma si devono liberare perchè lo meritano". "Siccome il problema è l'affollamento - ha proposto Tosi -, e pensare di costruire ulteriori carceri come quelle che abbiamo oggi ci vogliono soldi e tempo, perchè non utilizzano le caserme dismesse?. La gran parte di chi sta nelle patrie galere - ha osservato - non ha una pericolosità tale da pensare che debba evadere da un carcere di massima sicurezza: le caserme sono contenitori riadattabili, con minor costo e, fra l'altro, con condizioni di vita migliori sia per i detenuti che per la polizia penitenziaria, perche' sono ambienti molto più larghi e quindi la qualità della vita è meno alienante che in carcere".