venerdì 25 ottobre 2013

CARLO D'INGHILTERRA A 65 ANNI ASPETTA ANCORA IL TRONO



L'erede al trono d'Inghilterra non ha fretta di diventare re perché si sentirebbe in prigione: questa la veritá sul principe Carlo, secondo i suoi piú stretti collaboratori. A rivelare le intenzioni e i pensieri del primogenito della Regina Elisabetta II é un lungo articolo sulla rivista Time, che ha dedicato la copertina a Carlo con il titolo "Il principe dimenticato". L'autrice dell'articolo, Catherine Meyer, editor-at-large di Time, ha intervistato il principe e cinquanta suoi amici e collaboratori in vista del 65esimo compleanno di Carlo in novembre.
Negli ultimi tempi Carlo ha assunto un ruolo piú visibile, sostituendo la madre a eventi importanti ai quali in passato ha sempre partecipato la regina, che ora ha 87 anni. Il mese prossimo, ad esempio, andrá in Sri Lanka per la riunione dei capi di Governo dei Paesi del Commonwealth, l'associazione che riunisce le ex colonie britanniche nel mondo, e fará una visita ufficiale in India.
Il principe di Galles é giá l'erede al trono che ha dovuto attendere piú a lungo il suo turno nella storia britannica, ma secondo Time la caricatura di un Carlo impaziente di avere la corona in testa non ha alcun fondamento. In realtá il principe di Galles non ha alcuna fretta di sostituire la madre perché teme una limitazione della libertá che gli impedirebbe di fare le cose che gli interessano davvero. Carlo, secondo l'articolo, ha un fortissimo desiderio di «migliorare il mondo» e per questo negli ultimi decenni si é occupato di enti benefici, soprattutto a favore dei giovani, e di ambiente, facendo campagne per salvare le foreste tropicali e promuovendo l'agricoltura biologica molto prima che fosse "di moda". «Da anni e anni ho questo desiderio di migliorare le cose», afferma il principe nell'intervista a Time. «Sento che il mio dovere, piú di qualunque altra cosa, é di preoccuparmi di tutti e delle loro vite in questo Paese e di cercare di migliorare le cose per quanto posso».
La settimana scorsa Carlo in un discorso ai gestori di fondi britannici ha detto che continuare a puntare su guadagni a breve invece di investire su progetti di lungo termine avrebbe condannato i loro nipoti a un «futuro incredibilmente triste». Basta egoismi, bisogna pensare ai posteri: parlando del nipote George, figlio del suo primogenito William e nuovo erede al trono, Carlo ha dichiarato che «é questo quello che veramente importa e la ragione per cui faccio quello che faccio».

DATAGATE: SPIATI 35 LEADER MONDIALI




Il Datagate travolge il vertice europeo. E mentre l'Eurocamera medita ritorsioni, i leader faticano a trovare risposte comuni. Tutti d'accordo nel chiedere spiegazioni agli Usa, ma sono Francia e Germania a passare all'azione. Unite in una iniziativa "aperta a tutti i paesi interessati" cercheranno di concordare con Washington entro l'anno un 'codice' dello spionaggio. All'iniziativa, a parole si uniscono tutti, compresa la Gran Bretagna che partecipa ai programmi di spionaggio americani e che ha "relazioni speciali con altri paesi" (come è costretto ad ammettere Van Rompuy). Ma Cameron può permettersi solo di annuire: certo non può permettersi di firmare una dichiarazione di condanna. Ed anzi si impunta sull'accelerazione del pacchetto legislativo per una 'protezione dati' europea.
La Commissione e molti paesi, a partire dalla Francia col sostegno dell'Italia, puntavano all'entrata in vigore entro la fine legislatura di aprile 2014. Invece nelle conclusioni si parlerà di "completamento del mercato unico digitale entro il 2015". Il presidente del Consiglio europeo, che prima del vertice aveva garantito che l'accelerazione sarebbe passata, nella conferenza stampa finale fa slalom linguistici per non ammettere la sconfitta. L'asse tra Francia e Germania scatta in un faccia a faccia tra Angela Merkel e Francois Hollande prima del vertice. In apertura di riunione ne informano i colleghi.


Il 'codice' per lo spionaggio, definito "vitale" per combattere il terrorismo da Van Rompuy, dovrà servire a ricostruire la fiducia messa in crisi dalle rivelazioni al punto che "può pregiudicare la necessaria cooperazione nel campo della raccolta di informazioni". Anche perché - come rileva Martin Schulz - l'intelligence Usa appare "fuori controllo". Infatti lo scandalo si allarga e mentre emerge che sarebbero 35 i capi di stato intercettati nel mondo, dagli Stati Uniti continuano ad arrivano risposte che non spiegano, col presidente Obama che si limita a "comprendere le preoccupazioni" e ad annunciare una revisione del sistema di raccolta dati.                                    
                                                                   

Le parole notturne di Van Rompuy suonano comunque caute rispetto alla rabbia pubblica dei leader. "Spiare non è accettabile, tra alleati ci vuole fiducia. Non è solo un problema che riguarda me, ma tutti i cittadini" aveva detto Angela Merkel arrivando al Consiglio. Di vicenda "inaccettabile", l'aggettivo che più ricorre, aveva parlato anche Enrico Letta dopo che Glenn Greenwald, il giornalista che custodisce i segreti di Edward Snowden, ha rivelato che gli Usa hanno spiato pure il governo italiano.
"Non possiamo tollerare che ci siano zone d'ombra o dubbi" aveva aggiunto il premier mentre Angelino Alfano, dal prevertice del Ppe, ribadiva che "difenderemo la privacy delle istituzioni e delle istituzioni, senza guardare in faccia nessuno". Evitando però di commentare la rivelazione che anche i servizi italiani hanno avuto un ruolo. A volere una risposta unita dell'Europa erano i big delle istituzioni comunitarie. "Quando è troppo è troppo: tra amici, deve esserci fiducia. E' stata compromessa. Ci aspettiamo in fretta risposte dagli americani" aveva tuonato il vicepresidente Michel Barnier. Mentre la collega Viviane Reding chiedeva che all'America la Ue dia una "risposta forte e univoca". E Martin Schulz proponeva di "sospendere i negoziati per il trattato di libero scambio" appena avviati con gli Usa. Soluzioni che non hanno trovato sostanza nel vertice.

BERLUSCONI HA DECISO: TORNA A FORZA ITALIA: BASTA COL PDL







ROMA - Dirà che non è una vendetta, quella che i governativi - infuriati - definiscono «un colpo di mano», «una coltellata» , ma soprattutto «l’ultima raffica di Salò». Dirà, come gli ha già detto due sere fa, che «non è una mossa contro di te Angelino, io ti voglio vice presidente del partito, non ho alcuna intenzione di affidarmi ai falchi, voglio gente fresca e nuova e tu sarai sempre con me, resterai mio erede». Ma la verità è che Silvio Berlusconi - che per oggi ha convocato un Ufficio di presidenza per votare la proposta di ritorno a Forza Italia con connesso azzeramento degli incarichi a partire da quello di Alfano come segretario per finire con quelli dei coordinatori - non ha dimenticato il «tradimento», così lo chiamano i falchi, della sua pattuglia di ministri. Non ha cancellato dai suoi occhi l’immagine di Alfano che si scambia il «cinque» con Enrico Letta appena ottenuta la fiducia alla Camera, sulla scia dell’evocata «fine del Ventennio».
«La vendetta si serve fredda...» sibilano i falchi plaudendo alla scelta, che sembrava per il momento congelata, di lanciare Forza Italia e, di fatto, defenestrare il segretario, il leader di quegli Innovatori che ancora quattro giorni fa al Senato si contavano firmando una lettera a difesa del governo che era un modo per dire che i numeri per la sopravvivenza dell’esecutivo erano dalla loro parte e Berlusconi non aveva più armi. L’ex premier ha voluto dimostrare - a loro ma soprattutto a tutti i suoi avversari o possibili interlocutori, dai magistrati al Pd per arrivare al capo dello Stato - che le armi ce le ha ancora, o almeno ha la più importante: il partito. Quella Forza Italia della quale ritorna presidente e dominus assoluto, marginalizzando i governativi che adesso non escludono la scissione.
La decisione era nell’aria, ma veniva rimandata di giorno in giorno. Ancora mercoledì sera, raccontano, Berlusconi appariva incerto: la paura di trovarsi un partito spaccato nel momento più difficile della sua vita politica lo portava a temporeggiare, sperando che i lealisti alla fine avrebbero accettato di buon grado uno slittamento almeno fino al voto sulla decadenza, e che gli innovatori gli sarebbero stati vicini indurendo la linea su governo e giustizia.
Ma i lealisti erano ormai pronti a sferrare l’attacco. Glielo ha detto a brutto muso Raffaele Fitto: se cedi anche stavolta, la guerra la facciamo noi (e l’avvisaglia è stata l’imboscata sul voto per le riforme al Senato, mercoledì) perché «se altri mostrano la pistola per minacciarti, noi lo facciamo per salvarti». Quel Fitto che dopo il voto di fiducia ha riorganizzato le truppe sbandanti di falchi e non solo offrendo all’ex premier una sponda perché il Pdl non passasse armi e bagagli nelle mani di Alfano.
Nell’ombra Verdini ha lavorato (con l’aiuto degli avvocati) anche alla formula tecnica per il passaggio: nell’Ufficio di presidenza di oggi saranno solo 24 gli aventi diritto al voto, quelli originari del primo Pdl, che comprendono molti ministri del governo del 2008 (Carfagna, Fitto, Galan, Gelmini, Matteoli, Prestigiacomo, Bondi, Rotondi, Vito, Scajola, Sacconi, Brunetta e lo stesso Alfano) quasi tutti oggi lealisti. Non ci saranno invece - schiaffo umiliante - gli attuali ministri e nemmeno Cicchitto (non più capogruppo), mentre dell’area governativa saranno presenti Formigoni e Giovanardi, con Schifani più defilato ma sempre più vicino ad Alfano.
Al voto, non dovrebbero quindi esserci sorprese, e nemmeno dal punto di vista legale si prevedono guerre. Perché Berlusconi ormai ha deciso, dopo l’ultimo sfogo: «Mi hanno lasciato tutti solo mentre le procure mi sparano contro, ma io reagirò, farò vedere che chi comanda sono ancora io. E che sono pronto a tutto». E perché i governativi non hanno ancora deciso come reagire. Alfano, infuriato e sconvolto, era al Ppe, a Bruxelles, e non si aspettava una mossa così repentina, che lo ha ferito. Ora è al bivio: rompere, come gli consigliano i più duri dei suoi - da Cicchitto alla Lorenzin a Quagliariello,per i quali la decisione «è già presa, bisogna solo stabilire le modalità, non è un parricidio ma un infanticidio» - e costruire un partito centrista con quella parte del Pdl che si staccherà e Mauro e Casini. Oppure inghiottire l’amarissimo boccone e restare, aspettando che la bufera passi perché, come gli suggeriscono altri, «il dopo Berlusconi è già iniziato, e tu puoi giocartelo contro i falchi». È la decisione più difficile per Alfano, in ballo ci sono storie politiche, e la sorte del governo, sempre più in bilico. Ma dalla drammatica cena notturna dei governativi a emergere era una sola certezza: «Comunque finisca è una sconfitta per tutti. Per Berlusconi e per noi».

giovedì 24 ottobre 2013

ARRESTATO PERCHE' STACCA UN DITO DALLA MANO DI UN VIGILE




(AGI) - Roma, 24 ott. - Ha cercato di sfuggire inutilmente a un posto di blocco e, una volta fermato e condotto negli uffici della Polizia Municipale di Roma, ha aggredito un vigile staccandogli parte di un dito della mano con un morso. Autore del gesto e' un cinquantaquattrenne nato a Castellammare di Stabia, ma residente a Roma, che e' stato arrestato. Tutto ha avuto inizio oggi in viale Aventino, quando una pattuglia di vigilesse ha intimato l''alt' a uno scooter che, invece di fermarsi, ha tentato di sottrarsi al controllo.
Il motociclista e' stato successivamente bloccato e condotto presso il Git (Gruppo intervento traffico) in circonvallazione Ostiense. Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe che l'uomo, mentre veniva identificato, si sia scagliato contro uno degli agenti, Giuseppe Caracciolo, staccandogli di netto una falange della mano. Il vigile sarebbe stato trasportato prima all'ospedale San Giovanni, poi al San Camillo dove i medici avrebbero constatato l'impossibilita' di ricucire la falange e quindi di nuovo al San Giovanni. (AGI) .

EZIO GREGGIO, UNO STRANO GIRO DI MILIONI DI EURO E LA FINANZA

 


Se non fosse lui a consegnarli, sicuramente stavolta glielo avrebbero affibbiato senza problemi. Ezio Greggio, noto conduttore televisivo di Striscia la Notizia è nuovamente nei guai con il Fisco. Oltre alla maxi evasione fiscale scoperta tempo fa, spunta adesso un elicottero sospetto di proprietà del conduttore tv.

Tutto nasce dalle indagini portate avanti dalla Guardia di Finanza e la Procura di Monzastanno su Greggio che hanno portato a conoscenza di uno strano giro di soldi. Tra questi, una somma di oltre 20 milioni di euro che l'anchorman avrebbe ricevuto dalla storica azienda per cui lavora, Mediaset. Una parte di questi soldi sarebe stata investita in un società irlandese, mentre un'altra sostanziosa quota è custodita nel Principato di Monaco, noto paradiso fiscale dove Greggio ha la residenza, seppure contestata dagli inquirenti come "fittizia, foriera di indiscutibili vantaggi fiscali".

Una maxi evasione che potrebbe risolversi con un accordo tra il conduttore tv e il Fisco, attraverso il pagamento di un terzo delle somme da dare allo Stato per ottenere uno sconto della pena ed evitare il carcere. Potrebbe, appunto. Perchè durante le indagini è spuntata un'altra inquietante novità.
Si tratta infatti dell'acquisto di un elicottero da 3,5 milioni di euro, comprato nel 2005 attraverso intricati escamotages.
A rivelare la truffa, un'inchiesta pubblicata il 23 ottobre su Il Fatto Quotidiano: Greggio avrebbe acquistato un A109 Power "Elite" da AgustaWestland, società di Finmeccanica controllata per il 30% dal Tesoro. L'acquisto formale, in realtà, è stato effettuato dalla Swift Copter, società di diritto britannico con sede a Londra che cambia spesso denominazione, ma la sigla di immatricolazione dell'hangar conferma che il vero proprietario è Greggio, anche perchè avrebbe dato tutte le istruzioni "frivole", dalla scelta dei tappetini all'altezza del logo.

Il nome di Greggio appare però in una scrittura privata tra Agusta e la società britannica, nella quale lo showman dichiara di impegnarsi a presenziare ad alcuni eventi a scopo promozionale "che diano risalto al ruolo dell’elicottero nel trasporto Vip”, come scritto da contratto. L'attività non prevederebbe alcun compenso, perchè "valorizzate nelle determinazione del prezzo dell’A109”, garantendo uno sconto di ben 300 mila euro dal prezzo di listino.

TROVATA LA MADRE DELLA PICCOLA MARIA: E' UNA DONNA BULGARA PRIVA DI MEZZI ECONOMICI





 "L'ho regalata perché non potevo mantenerla". Si chiude con questa frase shock il mistero di Maria, 'l'angelo biondo' trovato in un campo rom in Grecia. A parlare è la madre, una donna bulgara di 35 anni, scoppiata in lacrime davanti alla tv quando ha visto le immagini della figlia. Per mettere la parola fine sul mistero manca in realtà un passaggio fondamentale: l'esame del Dna, ma le dichiarazioni della madre e l'incredibile somiglianza di alcuni dei suoi 10 figli con Maria farebbero pensare che la donna stia dicendo la verità.

Una storia di povertà e miseria - Sarebbe dunque una storia di povertà e miseria quella che si nasconde dietro la vicenda che per 10 giorni ha tenuto con il fiato sospeso non solo i greci, ma il mondo intero, con migliaia di segnalazioni di genitori ai quali sono spariti i figli in cerca di una speranza. Una storia che parte dalla cittadina bulgara di Gourkovo, nella provincia centro-meridionale di Stara Zagora, dove la polizia ha fermato la donna. Tutto è nato da un'indagine giornalistica: secondo il sito web greco Zougla.gr, la donna - originaria della città di Nikolaevo - avrebbe dato alla luce Maria in un ospedale di Lamia, nella Grecia centrale, il 31 gennaio 2009. Il sito pubblica anche il presunto certificato di nascita della bimba con il nome del medico greco che ha assistito al parto e un altro documento presentato come il certificato di matrimonio della donna con Atanas Roussev, 36 anni, che sarebbe stato celebrato nel 1996 a Nikolaevo.
"Ho dato via mia figlia perché non avevamo da mangiare" - La famiglia Roussev ha oggi 10 figli, cinque dei quali sono biondi o quasi albini e, secondo chi li ha visti, assomigliano in modo impressionante a Maria. E cosi', quando ha visto la sua foto in televisione, come ha raccontato uno dei suoi figli alla Tv di Stato bulgara, la donna e' scoppiata a piangere e ha capito subito che si trattava della sua bambina. "Abbiamo lasciato Maria in Grecia perché non avevamo da mangiare, non avevamo lavoro e non potevamo prenderci cura anche di lei - ha detto all'agenzia bulgara Bgnes - l'abbiamo regalata, l'abbiamo lasciata senza prendere un soldo". Ma gli inquirenti stanno cercando di controllare alcune voci secondo cui la Rousseva avrebbe ricevuto 250 euro da Selini Salis, la donna rom di 41 anni nella cui casa la polizia greca ha trovato Maria che faceva capolino da sotto una coperta.
Sospetto traffico di minori - Proprio per il timore che le comunità rom esistenti in Grecia possano dare copertura a un grosso traffico di minori, nelle ultime 48 ore le autorità di Atene hanno lanciato una vasta operazione di controlli negli accampamenti fermando una quarantina di persone. In particolare una giovane coppia rom, 19 anni lei e 21 lui, è stata arrestata sull'isola di Lesbo perché sospettata di aver rapito un neonato di due mesi trovato con loro. Con essi è stata arrestata anche la madre dell'uomo, 51 anni. "Dai primi accertamenti ci risulta che i due non sono i genitori del neonato", ha detto un portavoce della polizia. I tre sono stati fermati dopo che un impiegato dell'anagrafe di Mytilini, il capoluogo dell'isola, si è insospettito perché gli era stata presentata un'autocertificazione per la nascita del bimbo invece che una dichiarazione dell'ospedale come richiesto dalla legge.

STUDENTE AGGREDITO DA ISLAMICI INTEGRALISTI PERCHE' BEVEVA BIRRA







Uno studente americano di 22 anni, Francesco Hounye, è stato aggredito e pestato da una 'ronda islamica' nelle vie di Whitechapel, quartiere nell'est di Londra. Secondo il Times, è stato preso di mira da cinque giovani asiatici membri di una gang perché stava bevendo una bottiglia di birra, andando contro quindi il divieto agli alcolici previsto dalla religione musulmana. Le foto del giovane, che avrebbe origini italiane, col volto insanguinato e tumefatto sono finite sui maggiori giornali britannici ed è stato anche diffuso dalla polizia della capitale un video ripreso dalle telecamere a circuito chiuso in cui si vedono i membri della gang avventarsi sullo studente arrivato da pochi giorni nel Regno Unito.

Uno degli aggressori ha preso la bottiglia di Hounye e l'ha rotta sulla sua fronte, provocando una profonda ferita, per cui poi in ospedale sono stati necessari 23 punti di sutura. Scotland Yard continua a cercare i cinque assalitori e ha fatto un appello a chiunque ne conosca l'identità. Nella zona di Whitechapel sono da qualche tempo attive alcune 'ronde islamiche', formate da giovani soprattutto della comunità asiatica che aggrediscono le persone che bevono, chi reputano omosessuale, e le ragazze vestite in abiti succinti. Il fatto è avvenuto il 17 giugno ma i particolari sono stati rivelati solo ora. ''Dopo quanto successo ho molta paura ad uscire per le vie di Londra - ha dichiarato Hounye - Non so se continuare i miei studi qui dopo questo incidente e porterò per sempre sul mio volto i segni di questa aggressione''.