sabato 31 marzo 2012

La malasanità dell'Ospedale civile di Voghera




L'Ospedale civile di Voghera, creato nel 1840, 17 Reparti di degenza, un Pronto Soccorso diretto dalla dr.ssa Renata Martinotti con soli 2 medici presenti e tre infermieri per ogni turno  (e molte, troppe, infinite  ore di attesa per i cittadini che, spesso, rinunciano alla visita), ha circa 500 posti letto, un sacco di primari e vice primari, ed  è pieno di pezzi grossi della politica. Potremmo pensare ad una  parentopoli, ma  lo escludiamo a priori, trattandosi, evidentemente, di casualità. Ci lavorano, nientopopodimeno, che Fabrizio, il figlio del potentissimo deputato del Pdl, originario di Varzi, Giancarlo Abelli (vicinissimo a Comunione e Liberazione e al deputato Berlusconi)  che è primario del reparto  Radiologia  (l'altra figlia del deputato Abelli, invece, è direttore sanitario alla Clinica Fondazione Maugeri di Pavia). Sarà una coincidenza, ma prendiamo atto che i figli di un ciellino sono sistemati in due importanti ospedali. Poi, ci  lavora  la dottoressa   Silvia Azzaretti (Pdl)  che è vice  direttore sanitario ed è una delle due  illustri figlie dell'anziano ex parlamentare democristiano Giovanni Azzaretti, 79 anni, anch'egli originario di Varzi ( già  direttore sanitario, generale, e commissario del Policlinico San Matteo di Pavia per 27 anni consecutivi), già Presidente della società Terme di Salice  ed attuale consigliere Fondazione Cariplo). L’altra figlia di Azzaretti, Marina, 48 anni,   invece,  pubblicista, ex insegnante di aerobica e step,  si è data alla politica come papà, ed  è anche assessore all’Istruzione e Cultura  nella Giunta cittadina di Voghera guidata dal dr.  Carlo  Barbieri del Pdl (indagato dalla procura di Napoli per il caso Milanese. Secondo l'accusa Barbieri avrebbe dato soldi a Milanese  in cambio di una nomina pubblica). Le indagini sono state chiuse dalla Procura il 31 marzo 2012.  Ora vedremo se ci sarà il rinvio a giudizio per Marchese oppure no.  Infine, abbiamo, in questo gioiello dell'Oltrepo,  tutta una rete di medici e professionisti collegati al Pdl molti vicini a CL.  L'Ospedale, prima dei tagli  decisi dalla regione Lombardia,  aveva 506 posti letto: ora ne ha qualche unità di meno. Ma sui numeri non riusciamo  ad avere nessuna informazione esatta. C'è, stranamente,  il più stretto riserbo. Top secret. Il che, per un Ospedale che serve una  città di 40 mila abitanti e  l'Oltrepo con altri tre Ospedali,  non è  il massimo della trasparenza.  Il direttore sanitario dell'Ospedale  di Voghera adesso è la dottoressa Luigina Zambianchi, 58 anni, azzarettiana doc e di platino,  già direttore sanitario della Valtidone e del San Matteo di Pavia.  La Zambianchi è ritornata all'Ospedale di  Voghera dopo un'aspettativa durata  7 anni (dal 2001  era  diventata la potentissima direttrice sanitaria del San Matteo di Pavia)  ma ella dimostra, nell'esercizio delle sue funzioni, di possedere  abilità e conoscenze. Difende a spada tratta l'Ospedale,  medici, infermieri. Tutti, eccetto chi ci lascia la pelle o perde un occhio. Rilascia alla stampa dichiarazioni  sempre rassicuranti che possano riguardare episodi di presunta malasanità e comunque lei  "c'è" sempre.  Ma ha un limite: non fa mai un'autocritica, non riconosce sbagli, errori. Nulla di tutto questo. La macchina dell'Ospedale che, per lei  e la signora Silvia Azzaretti, è il fiore all'occhiello della città  va sempre bene. La direzione sanitaria vigila, controlla,  ed è allertata 24 ore su 24. Insomma,  tutto va bene madama la marchesa.
L'Ospedale che ella dirige (ma la Zambianchi era ancora a Pavia)  è passato alla storia per un intervento chirurgico alla cataratta di 6 persone anziane che sono entrate al mattino con tutti e due  gli occhi  sani e ne sono usciti alla sera con il bulbo oculare asportato(sic!).   Uno di essi, invece, ha la vista compromessa per sempre. Sono stati tutti risarciti economicamente  dalla Compagnia di assicurazione dell'Ospedale per somme che variano dai 60 agli 80 mila euro ciascuno per un importo  complessivo di circa 400 mila euro per la remissione della querela e nessuna costituzione di parte civile.   E comunque, querela o no,  al  Tribunale penale  in Via Plana,  davanti al giudice Daniela Garlaschelli a rispondere di questo scempio, c'era  solo il professor Aldo Tafi  accusato di lesioni colpose.  Ma il Tribunale, dopo questi risarcimenti, queste remissioni di querele e nessuna costituzione di parte civile,  ha stabilito "il non luogo a procedere" nei confronti del professor Tafi. Siamo davvero sicuri che non ci siano  responsabilità penali o civili  e che tutti i protocolli, come si dice in gergo, siano stati rispettati? Come mai il professor Tafi primario di Oculistica  che nel corso della sua esperienza professionale ha fatto 12 mila interventi ha sbagliato proprio questi sei casi? I cittadini di Voghera vogliono capire come mai cinque  cittadini hanno perso un occhio  e un altro ha perso la vista. La colpa è solo del maledetto batterio  Pseudomonas  che era nella sala operatoria dell'Oculistica dell'ospedale di Voghera o ci sono altre responsabilità?
Passiamo a un altro caso. Si tratta di un malato psichico, C.F.,  di 57 anni, ricoverato in medicina (ci domandiamo perchè non in psichiatria) il quale, nei mesi scorsi,  si è gettato dal terzo piano ed è morto. Luigina Zambianchi,  dopo la morte tragica e orribile di C.F. dentro il  nosocomio, ha  prontamente dichiarato:  "Purtroppo certi stati d'animo sono insondabili, e nei giorni scorsi non era emerso alcun indizio di quelle che erano le sue intenzioni. D'altronde, un ospedale non è una prigione: non ci sono inferriate e i pazienti sono liberi di andare al bagno da soli, quando credono".  Io, di fronte a queste parole che si commentano da sole, rilevo quanto mi risulta. All'Ospedale di Voghera esiste il reparto di Psichiatria che come tutti i reparti di psichiatria deve avere elementari misure di sicurezza a tutela dei pazienti e dei non pazienti (vale a dire la porta del reparto è chiusa, è apribile soltanto da parte degli addetti e le finestre devono avere le sbarre. Pertanto, o il paziente in questione è stato ricoverato per motivi diversi da quelli psichici e i sanitari non erano a conoscenza delle sue problematiche psichiche, oppure se i motivi  del ricovero erano di natura psichica o i sanitari erano a conoscenza delle condizioni psichiche del paziente,  dovevano agire di conseguenza: ricoverare il paziente nel reparto Psichiatria, oppure, in mancanza di posti in quest'ultimo,  disporre il ricovero in altro Ospedale che potesse accoglierlo in sicurezza, oppure infine accoglierlo in altro reparto dell'Ospedale garantendo la sicurezza del pazienza e delle persone intorno a lui.  I tre figli del malato psichico morto sull'asfalto e sul cemento  dell'Ospedale  si sono rivolti alla magistratura perchè accerti tutte le responsabilità.
Raccontiamo un'altra storia.  La giovanissima  paziente Francesca Schiavi,  25 anni, vogherese, si era sottoposta, in day hospital, ad un intervento chirurgico di routine presso il reparto di ostetricia dell' Ospedale civile di Voghera, poi stranamente muore. Tragedia, fatalità, disgrazia?  Non lo sappiamo, ma la Zambianchi come il solito è sempre solerte e dichiara prontamente. "Ho immediatamente avviato tutte le verifiche del caso. I medici del reparto di ostetricia sono sereni, hanno rispettato parametri e protocollo, tant'è che la paziente, come prevede il day hospital, è stata subito dimessa ed è tornata a casa". Dalla dinamica descritta sembrerebbe rilevarsi un rapporto di causa ed effetto tra l'intervento e il successivo decesso. D'altra parte, la cronaca sanitaria nazionale è ricca di casi in cui a un intervento condotto in condizioni igieniche magari carenti a  un intervento ginecologico,  puo' subentrare un'infezione successiva più o meno grave  oppure talmente grave da causare la morte. Del resto, il fatto che la  Zambianchi abbia ritenuto di emanare un comunicato  per sottolineare di essersi adoperata e di aver appurato la regolarità della situazione, come minimo significa che qualcuno aveva messo in dubbio tale regolarità.
Parliamo adesso  di un caso che conosco personalmente: quello di mia madre (che per 30 anni ha lavorato e ha  pagato la tassa sulla salute di 10 mila lire al mese ) che ora è disabile, sofferente di insufficienza respiratoria, BCPO, e  morbo di parkinson.  Nel 2007 cade per terra alle 19.30  a  100 m.  da casa  e  viene ricoverata al Pronto soccorso con l'ambulanza. Il medico di turno,  Marisa Zucchella,  la dimette senza neanche  controllare i valori dell'ossigeno il che, per una persona che soffre di gravi patologie respiratorie  (che risultano al computer del pronto soccorso),  è il massimo.   A questo punto le chiedo gentilmente di tenerla in astanteria una notte per ulteriori accertamenti in quanto la mamma non riesce a deambulare. Niente da fare. La Zucchella è irremovibile. "Se la porti a casa, dice. Qui non siamo al mercato delle vacche dove si  negozia un posto letto a tutti i costi. Casi come quello di sua madre ce ne sono 50 ogni sera e se dovessi ricoverarli tutti dovremmo chiudere."  Insisto con educazione.  Si tratta di una donna anziana  che non riesce a camminare. "La porti a casa" è la risposta senza appello, gelida, e insensibile ai bisogni di una persona disabile. "Chiami un taxi o si paghi la Croce rossa".  Sono allibito, esterrefatto, e trasecolato  soprattutto per il tono,  l'arroganza e l'impudenza della Zucchella che tutti mi dicono essere cattolica.   Le dico: chiami la signora Moneta (all'epoca direttore sanitario). "Lei non sa - replica duramente - che sono io il direttore sanitario in questo momento, ha capito si o no?"  La Zucchella alza la voce, mi aggredisce verbalmente,  mi urla di uscire dall'ufficio nel quale mi aveva convocato lei.   Mai, in tanti anni,  avevo trovato un medico del genere.  Che fosse sotto stress, depressa, con disturbi di aggressività? Non so darmi una spiegazione razionale dopo 4 anni e mezzo. Dopo che comunico alla Zucchella che parlerò del suo comportamento poco professionale e deontologico con i giornalisti e che  lascerò la mamma  in Ospedale per le necessarie cure ( nonostante  i poliziotti del 113 da lei chiamati che non mi intimoriscono per niente) lei per ritorsione mi denuncia alla Polizia per due reati inesistenti: abbandono e interruzione di un pubblico servizio. Il giudice, naturalmente, archivia il tutto per insussistenza dei fatti. Intanto, però,  ho dovuto pagare un avvocato per una lite temeraria scatenata scientemente dalla Zucchella (io non ho i soldi dell'assicurazione dell'ospedale!) A proposito, signora Zambianchi, per trasparenza è dato di conoscere in questi 10 anni quanto ha pagato l'assicurazione dell'Ospedale per episodi di malasanità?   La Zucchella, per la cronaca,  chiamerà nel corso della notte ben due neurologi per tutelarsi da un punto di vista sanitario.  Mi domando: se era sicurissima che mia madre stesse bene e non avesse nulla perchè li ha chiamati  solo dopo che mi sono allontanato dal pronto soccorso? Non solo: sul verbale medico e della polizia  la Zucchella scriverà, senza fare alcun controllo o esercitare un attento discernimento,   che mia madre stava andando dal parrucchiere,(come fa una donna a recarsi dal parrucchiere alle 19.30 quando alle 20 chiudono?),  scriverà che a casa mia fa la spesa mia madre  personalmente con tanto di borse (da anni la spesa, guarda caso, viene fatta a domicilio da un supermercato gratuitamente ) e  poi dichiara che io voglio inserire mia madre in una casa di riposo quando nel 2005 ho rifiutato tutte le proposte in tal senso dell'assessorato ai servizi sociali di Voghera ( io la cultura dell'accoglienza e della solidarietà ce l'ho, altri non sappiamo) persino in residenze a 5 stelle che ho visitato nell'Oltrepo. Tutte bugie per delegittimarmi, per appannare gravemente la mia immagine, e gettare discredito sulla mia persona. Ma se avesse trovato un cittadino codardo, vile,  molle, e tiepido, e non certo uno che si fa rispettare perchè crede nella cultura della  legalità, l'avrebbe avuta vinta.  L'avrebbe spuntata e magari sarei pure inguaiato per tutta la vita  da un punto di vista giudiziario. Questo solo per fare gli interessi di una persona malata, buona, mite, fragile, a me carissima.  Invece  ho dato battaglia: ho  scritto ai giornali, ho informato carabinieri, ho prodotto memorie per i giudici, ho scritto a Roma e a Milano alle persone competenti  e ho reso pubblico il tutto senza alcun timore e senza vergogna perchè ero nel giusto.  Sapevo di tutelare una persona bisognosa, non protetta, e indifesa.  Infatti  sono da  sempre convinto che l'assistenza sanitaria sia un diritto per i malati e non una cortesia che ti fanno  certi medici arroganti, prepotenti, cinici, che si ritengono  al di sopra di tutto.
Mia madre,  il 9 marzo 2011,  viene operata al ginocchio all'Ospedale di Voghera nel reparto di Traumatologia   (ecco perchè non camminava quella sera  dottoressa  Zucchella!), le mettono una protesi per una  gravissima gonartrosi. Ringrazio ancora una volta  il prof. Guido Bossi e la sua equipe per l'intervento e tutto il personale del reparto. Cosi come  i  due medici del reparto pneumologia che assistono  da anni mia madre.(Ci sono anche medici dotati di umanità per fortuna!).  Dopo l'intervento chirurgico, com' è normale, mia madre viene ricoverata per 22 giorni nel reparto riabilitazione specialistica, poi viene dimessa. Il primario Mauro Gorini e la sua collaboratrice, dottoressa Delfitto,  mi dicono: solo 22 giorni di degenza e basta, così ha stabilito la Regione. Le faccia fare il Day hospital riabilitativo qui da noi". Porto mia madre a casa molto preoccupato. Anche perchè vengo a sapere che il dr. Gorini poteva fare delle deroghe ai 22 giorni, ma stranamente non le fa.   Vorrei sapere adesso una cosa da lui: nelle deroghe che ha fatto nel recente  passato per altri  pazienti quest'ultimi erano più gravi  da un punto di vista sanitario e più bisognosi di una vera disabile? La signora Zambianchi ora controlli con la sua vice Azzaretti  e mi dia una risposta scritta e mi comunichi quali provvedimenti abbia adottato  visto che è pagata con i soldi pubblici.   Quindi come stabilito vengono a prendere mia madre  alle 8.00  del giorno  a casa dopo per farle fare riabilitazione specialistica al Day hospital dell'Ospedale di Voghera. Il rmedico responsabile del Day hospital riabilitativo  la dimette addirittura   il giorno dopo senza fare le tre settimane previste di riabilitazione.  Prima, però,  mi informa e mi chiede  l'assenso scritto visto che,  a suo dire,  la mamma  "non collabora perchè arriva stanca ed è debole". Lascio ai lettori giudicare l'operato di questo medico che chiamava col nome di battesimo  sia me che mia madre durante i colloqui per una forma di captatio benevolentiae.   Mia madre era  a casa  abbandonata dalla Riabilitazione specialistica  con la mia sola assistenza. Il ginocchio si aggrava e lei deve assumere  antibiotici per 2 settimane  perchè esso  è infiammato, è gonfio, le caviglie pure, il colore degli arti è bluastro  e la temperatura del ginocchio è calda.  Rischia di brutto.  Finalmente (senza raccomandazioni come avviene in questa città molto  provinciale e che è  spenta, grigia, e triste) il  24 giugno  2011 mia madre viene ricoverata in una casa di cura del  Piemonte a ben 180 Km da Voghera. Li farà quella riabilitazione (che le spettava  di diritto  a Voghera essendo disabile prima e cittadina residente poi)  e il nuovo ricovero  le salverà il ginocchio che stava per partire nuovamente a causa  di negligenze e omissioni. Incontrerò un medico  che accanto a ortopedici e fisiatri  mi dice: "Io sono un chirurgo toracico, ho guardato  tutti i raggi , le TAC ai polmoni della mamma. Mi prenderò cura di sua madre in questi 40 gg di soggiorno presso la nostra casa di cura e le farò sapere qualcosa per ciò che riguarda i suoi polmoni". Non ho pagato 200 euro per la visita e per il referto scritto come avrei dovuto fare a Voghera privatamente. Mai ho trovato un angelo che l'ha fatto per amore e disinteresse. Questi sono i medici che vogliamo,  che esistono che fanno del bene e che  purtroppo non fanno notizia.  Non quelli raccomandati, politicizzati, arroganti e affaristi. Che ti trattano bene soltanto se fai visite a pagamento domiciliari dalle 100 euro in su. Altrimenti sei numero, non una Persona.
Altra episodio riguarda il Pronto soccorso.  Il 21 marzo 2012 mia madre perde l’equilibrio e cade verso la porta del soggiorno della sua abitazione. Chiamo subito il 118  alle 12.50 e viene portata alle 13.05 al pronto soccorso. Nonostante un trauma cranico, i due polsi fratturati  e una ferita profonda all’arcata sopraccigliare sinistra e l’evidente stato di choc viene tenuta vergognosamente e incredibilmente  in barella ben 6 ore. Dopo l’intervento di Carabinieri e del Ministero della Salute viene finalmente ingessata e suturata con 5 punti alla ferita. Mi domando:  le 40 persone che l’hanno preceduta erano tutte più gravi di Lei? I posti letto sono andati tutti a persone veramente bisognose? Da ultimo: mia madre era un codice verde o bianco? Ora non aspetto la risposta della Zambianchi, che non arriverà,  (la zarina di Voghera nonostante abbia un URP non si degna di rispondere nonostante il suo favoloso stipendio) aspetto quella del Procuratore De Socio e del PM.
 Di tutte queste negligenze e ritardi mi sono rotto. E degli uomini, anzi, donne, di Azzaretti non mi fido. Andrò a Roma a parlare con alcuni parlamentari: è giunta l'ora di finirla perchè l'Ospedale civile di Voghera è di tutti.
Una signora che incontro al bar ogni giorno a Voghera prima di andare a lavorare mi dice: "Prof. ho saputo di sua madre e delle sue disavventure leggendo La Stampa e Il Giornale, mi dispiace molto. Anche le mie colleghe sono tutte sconcertate. Sconvolte. Non riescono a credere." Ringrazio per la solidarietà e la vicinanza.  "Sa prof.  -continua la signora Sabrina - che mia madre in agosto  2011 era ricoverata  a Medicina  3  all'Ospedale civile di Voghera  e con oltre 35° di temperatura , non aveva l'aria condizionata e rischiava di morire?"   Non solo, continua la signora Sabrina: " Abbiamo portato da casa i  ventilatori. Mia madre era trattata malissimo, le medicine le venivano somministrate con tutto comodo degli infermieri..."  La signora Sabrina è infuriata: " Basta,  dobbiamo dire ad alta voce queste cose vergognose.  Io e altre persone abbiamo i testimoni"  mi dice seria.  E conclude: "Scriva un pezzo, faccia discutere la città su queste vicende di malasanità. E' giunta l'ora di porre fine a queste cose odiose."  Tra me e me penso che allora la malasanità non l'ho inventata io.  A marzo 2012, la mamma di Sabrina,  morirà nell'Ospedale di Voghera. Concludo, rivolgendo una domanda alla signora Zambianchi. Perchè se tutto va bene all'Ospedale civile di Voghera, nonostante medici di livello e professionisti,  alcuni  cittadini, non vogliono ricoverarsi e ricoverare i loro cari e ne parlano tanto male evidenziando solo carenze, lacune e difetti? A cosa è dovuta questa brutta nomea, e cosa sta  facendo per eliminarla col suo staff, e col suo team di collaboratori, in primis la Azzaretti sua Vice?
Intanto,  sono partiti i lavori di ampliamento dell'Ospedale civile di Voghera. Costo previsto: 11 milioni di euro.  Speriamo che, nonostante tutto,  la qualità dell'Ospedale (non quella certificata da un bollino) sia destinata a migliorare seriamente  con questa montagna di denaro pubblico e che gli appalti  pubblici siano più che trasparenti visto la presenza della n'drangheta nella Asl pavese ai più alti livelli appurata dal giudice  della procura di Milano Ilda Boccassini, e che prevalga sempre una vera cultura  dell'accoglienza nei confronti di tutti i malati specialmente di quelli più deboli,  più bisognosi, e  senza protezione.  

Alberto Giannino
alberto.giannino@gmail.com

mercoledì 28 marzo 2012

COMMISSARIARE L'OSPEDALE DI VOGHERA


In questo post,  segnalo un grave episodio di malasanità, occorso a Voghera a  mia madre, G.G., 76 anni, disabile, e non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.  La mamma, caduta accidentalmente nella sua abitazione, ha riportato un trauma cranico, un taglio profondo alla sopracciglia sinistra e una frattura bilaterale ai polsi e alle braccia. Immediatamente trasportata al Pronto soccorso dell'Ospedale civile di Voghera col 118  è iniziata la sua odissea. Ella è ' rimasta ben 6 ore in barella con codice bianco prima che uno dei due medici di turno si prendesse cura di lei. A questo punto, le hanno suturato il sopracciglio  con 5 punti, le hanno praticato l'iniezione antitetanica e le hanno ingessato le due braccia per 35 gg.  Dopo è rimasta una notte in osservazione in astanteria  affinchè ci fosse la certezza assoluta che ella  non avesse conseguenze per il trauma cranico.  Dimessa, senza scienza e coscienza,  ha dormito una notte a casa, poi,  dopo un 'altra caduta dal letto  l'ho portata nuovamente al Pronto soccorso. Qui, l'ha presa in carico il dr. Mourad Ziad, che l'ha assistita con grande umanità, competenza  e professionalità dalle 9 alle 15, poi è stata trasportata  all'Ospedale di Varzi (PV) reparto medicina.
La vicenda accaduta a una paziente disabile è gravissima, vergognosa, e inqualificabile. Sei ore in barella non vengono date neanche a una persona cosiddetta normale. A Voghera l'Ospedale va commissariato politicamente d'ufficio come in altre parti d'Italia,  e ai disabili (che sono fragili, deboli, senza protezione e senza tutela),  deve  essere erogata un'assistenza sanitaria non per pura cortesia, ma perchè è un loro imprescindibile diritto. A questo punto alcune brevi  domande alla Procura di Voghera: coloro che in quelle sei ore hanno avuto un posto letto ne avevano realmente diritto al punto da scavalcare mia madre disabile?  2) Perchè nonostante polsi rotti, trauma cranico, sopracciglio con  ferita profonda sanguinante, le è stato dato il codice bianco? 3) Perchè solo dopo 6 ore l'anziana disabile G.G. è stata presa in cura e le sono state praticate le cure urgenti di cui aveva bisogno? 4) Chi ha deciso e valutato che l'anziana disabile poteva stare in barella senza assistenza e cure per ore?  5) Perchè nessuno ha ottemperato alla disposizione della Dottoresa  Gatti  la quale dice che i disabili hanno precedenza assoluta insieme agli ultrasettantacinquenni non autosufficienti? La dottoressa Buccoliero ha più volte detto che conosceva bene mia madre e allora perchè l'ha tenuta sei ore in barella? 6) Le 40 persone che hanno preceduto mia madre avevano titoli e requisiti? oppure godevano di favori?
Ora presentero' un Esposto-denuncia  alla Procura della Repubblica di Voghera, al Ministero, alla Regione e all' Ispettorato della Dipartimento Funzione Pubblica affnchè da questa scandalosa e vergognosa vicenda, emergano  tutte le responsabilità, negligenze,  ritardi,  lacune, e le  omissioni  di questi incompetenti  durante tutte  le 6 ore in cui mia  madre è rimasta in barella dolorante e piangente con un trauma cranico (ancora adesso in seguito all'incidente ella è in stato confusionale e perde la memoria!). E, una volta accertate le responsabilità,  chiedero' i danni patiti e patiendi; soldi  che saranno dati ad associazioni per i diritti del malato.

Alberto Giannino

giovedì 1 marzo 2012

PRETE ARRESTATO PER MOLESTIE SESSUALI



Un altro sacerdote, in Liguria, è stato arrestato per abusi sessuali. Questa volta si tratta di don Fabio Bonifazio, un giovane prete di 32  anni,  vice parroco ad Imperia, che ha preferito non parlare avvalendosi della facoltà prevista dalla  legge. Probabilmente era sotto choc per il fermo dei Carabinieri  e la traduzione in carcere. La sua vittima è una ragazza di 19 anni che sarebbe stata aggredita sul lungomare di Loano dopo un lungo pedinamento culminato con dei palpeggiamenti. Ora è stato scarcerato con il divieto di avvicinarsi alla ragazza. 
 In Italia ci sono 38 mila sacerdoti e pochi sui  media  parlano del loro impegno nella Charitas, nella scuola, negli Ospedali e Case di Riposo, nelle carceri, nelle parrocchie, nelle missioni ecc. Si potrebbe dire che il bene c'è, ma non fa notizia. Ciò che fa notizia, purtroppo, sono gli abusi sessuali, la pedofilia e il comportamento inqualificabile di pochi preti indegni. Papa Benedetto XVI, sin dall'inizio del suo pontificato, ha cercato di fare pulizia negli Usa, in Irlanda e in Australia. Ha rimosso Vescovi e  ha allontanato preti dalle parrocchie. Tuttavia le mele marce ci sono sempre. Il Diritto Canonico, però, prevede nei loro confronti sanzioni molto dure che raramente vengono applicate dai Vescovi diocesani e residenziali: per esempio la sospensione a divinis e, infine, la riduzione allo stato laicale. Se il Vescovo, una volta a conoscenza di nefandezze, adottasse i necessari e opportuni provvedimenti probabilmente non assisteremmo alla reiterazione di reati da parte di sacerdoti indegni.
L'elenco purtroppo è lunghissimo. Ci sono preti responsabili di crimini contro i giovanissimi; altri contro le donne; altri ancora che fanno uso di droghe. Spesso vengono trasferiti da una parrocchia all'altra, come se il trasferimento impedisse loro di  svolgere nuovamenti  dei reati.
I sacerdoti sono stati in seminario per alcuni anni ed è auspicabile che coloro che non sono adatti o hanno dei problemi non vengano ordinati nonostante la crisi delle vocazioni. La Chiesa ha bisogno di tutto fuorchè di ministri di Dio che offendono, deturpano e macchiano la Chiesa, Sposa di Cristo e "santa e immacolata senza macchia nè ruga" (San Paolo). Noi  tutti vogliamo dei sacerdoti che siano dei veri "alter Christus", delle guide morali per le Comunità, delle persone autorevoli e rappresentative. Non è possibile che a guidare le parrocchie siano persone che diano scandalo alle persone semplici e pure. Che disorientano il gregge e creano sconcerto.
Benedetto XVI, nel suo pontificato, ha fatto più di tutti i Suoi Predecessori per la pulizia morale. Ora si tratta di attuare le sue direttive, il Codice di Dirito Canonico e auspicare vivamente che i 250 Vescovi italiani adottino provvedimenti esemplari di fronte a reati gravi. I cattolici vedono nel prete un uomo di fede, di spiritualità, di preghiera. Mentre troppo spesso vediamo preti che pensano al denaro, al potere, al successo e alla carriera. Senza contare i preti che privilegiano l'avere e non già l'essere. E a quelli che pensano all'edonismo. I preti non devono conformarsi al mondo dice il Vangelo, ma quante volte accade di assistere a questo conformismo dilangante. E allora a costoro  il Sacramento dell'Ordine non gli deve essere conferito. Essi sono consapevoli che fanno il voto di castità e che lo devono osservare rigorosamente. Cosi come  quello della povertà e quello dell'obbedienza verso i Superiori. Nessuno li obbliga a diventare sacerdoti!
In conclusione, la società postmoderna e nichilista, rischia di travolgere anche qualche sacerdote come leggiamo sulla cronaca, ma il futuro della Chiesa è nei Sacerdoti che amano la loro comunità e si spendono totalmente  per essa. Che non considerano la Chiesa una bottega da aprire alle sette di mattina e chiudere alle 19,  ma un luogo dove si celebra la Messa domenicale e i Sacramenti. Che dialogano con i fedeli, che siano d'esempio per tutti e che al centro del loro ministero sacerdotale ci sia Gesù Cristo Crocifisso e Risorto.

Alberto Giannino

domenica 26 febbraio 2012

PRETE ARRESTATO PER MOLESTIE




Un altro sacerdote, in Liguria, è stato arrestato per abusi sessuali. Questa volta si tratta di don Fabio Bonifazio, un giovane prete di 32  anni,  vice parroco ad Imperia, che ha preferito non parlare avvalendosi della legge. Probabilmente era sotto choc per il fermo dei Carabinieri  e la traduzione in carcere. La sua vittima è una ragazza di 19 anni che sarebbe stata aggredita sul lungomare di Loano dopo un lungo pedinamento culminato con dei palpeggiamenti. Ora è stato scarcerato con il divieto di avvicinarsi alla ragazza. 
 In Italia ci sono 38 mila sacerdoti e pochi sui  media  parlano del loro impegno nella Charitas, nella scuola, negli Ospedali e Case di Riposo, nelle carceri, nelle parrocchie, ecc. Si potrebbe dire che il bene c'è, ma non fa notizia. Ciò che fa notizia, purtroppo, sono gli abusi sessuali, la pedofilia e il comportamento inqualificabile di pochi preti indegni. Papa Benedetto XVI, sin dall'inizio del suo pontificato, ha cercato di fare pulizia negli Usa, in Irlanda e in Australia. Ha rimosso Vescovi e  ha allontanato preti dalle parrocchie. Tuttavia le mele marce ci sono sempre. Il Diritto Canonico, però, prevede nei loro confronti sanzioni molto dure che raramente vengono applicate dai Vescovi diocesani e residenziali: per esempio la sospensione a divinis e, infine, la riduzione allo stato laicale. Se il Vescovo, una volta a conoscenza di nefandezze, adottasse i necessari e opportuni provvedimenti probabilmente non assisteremmo alla reiterazione di reati da parte di sacerdoti indegni.
L'elenco purtroppo è lunghissimo. Ci sono preti responsabili di crimini contro i giovanissimi; altri contro le donne; altri ancora che fanno uso di droghe. Spesso vengono trasferiti da una parrocchia all'altra, come se il trasferimento impedisse loro di  svolgere nuovamenti  dei reati.
I sacerdoti sono stati in seminario per alcuni anni ed è auspicabile che coloro che non sono adatti o hanno dei problemi non vengano ordinati nonostante la crisi delle vocazioni. La Chiesa ha bisogno di tutto fuorchè di ministri di Dio che offendono, deturpano e macchiano la Chiesa, Sposa di Cristo e "santa e immacolata senza macchia nè ruga" (San Paolo). Noi vogliamo dei sacerdoti che siano dei veri "alter Christus", delle guide morali per le Comunità, delle persone autorevoli e rappresentative. Non è possibile che a guidare le parrocchie siano persone che diano scandalo alle persone semplici e pure. Che disorientano il gregge e creano sconcerto.
Benedetto XVI, nel suo pontificato, ha fatto più di tutti i Suoi Predecessori per la pulizia morale. Ora si tratta di attuare le sue direttive, il Codice di Dirito Canonico e auspicare vivamente che i 250 Vescovi italiani adottino provvedimenti esemplari di fronte a reati gravi. I cattolici vedono nel prete un uomo di fede, di spiritualità, di preghiera. Mentre troppo spesso vediamo preti che pensano al denaro, al potere, al successo e alla carriera. Senza contare i preti che privilegiano l'avere e non già l'essere. E a quelli che pensano all'edonismo. I preti non devono conformarsi al mondo dice il Vangelo, ma quante volte accade di assistere a questo conformismo dilangante. E allora a costoro  il Sacramento dell'Ordine non gli deve essere conferito. Essi sono consapevoli che fanno il voto di castità e che lo devono osservare rigorosamente. Cosi come  quello della povertà e quello dell'obbedienza verso i Superiori. Nessuno li obbliga a diventare sacerdoti!
In conclusione, la società postmoderna e nichilista, rischia di travolgere anche qualche sacerdote come leggiamo sulla cronaca, ma il futuro della Chiesa è nei Sacerdoti che amano la loro comunità e si spendono totalmente  per essa. Che non considerano la Chiesa una bottega da aprire alle sette di mattina e chiudere alle 19, ma un luogo dove si celebra la Messa domenicale e i Sacramenti. Che dialogano con i fedeli, che siano d'esempio per tutti e che al centro del loro ministero sacerdotale ci sia Gesù Cristo Crocifisso e Risorto.

Alberto Giannino

lunedì 20 febbraio 2012

Sant'Antonio da Padova

Antonio è uno dei santi più amati e venerati nel mondo. La sua vasta dottrina, condensata nei «Sermones», che fa di lui uno dei maestri del suo tempo, è offuscata dalla fama di operatore di "miracoli". Per tutti è semplicemente il "Santo". Gli ammiratori gli hanno dedicato a Padova, alcuni anni dopo la sua morte, una stupenda basilica definita da Paolo VI "clinica spirituale", per i prodigi interiori che di continuo lì si compiono e dichiarata da Giovanni Paolo II, nel giugno del 1997 "santuario internazionale". Fernando di Martino, il futuro S. Antonio, nacque a Lisbona  in Portogallo nel 1196. Antonio era figlio di Martino, nobile che la tradizione vuole della famiglia dei Bulhoes y Taveira de Azevedo - da noi chiamati più semplicemente i Buglioni - che annoverava tra i suoi membri il prode Goffredo, condottiero della prima crociata.
Quindicenne, Fernando (con tale nome era stato battezzato) entrò fra i canonici regolari di sant'Agostino, a Lisbona prima e poi a Coimbra. Di intelligenza acuta e brillante, in pochi anni riuscì a immagazzinare tanta cultura teologica, scientifica e soprattutto biblica da meritarsi in seguito il titolo di "Arca del testamento". Gli studi non riuscirono però ad appagare le aspirazioni del suo animo generoso. Erano tempi di crociate in difesa della fede e ogni rampollo di nobile famiglia sognava di porre la propria spada e il proprio coraggio al servizio dei valori cristiani.
Ma Fernando, formatosi intellettualmente nella scuola della Cattedrale di Lisbona, alla violenza della spada preferì la forza della preghiera e della Verità. Nel 1210, infatti, entrò in un monastero agostiniano nelle vicinanze di Lisbona. Nella primavera del 1220 venne ordinato sacerdote, era già un uomo maturo, pronto ad intraprendere le vie della perfezione evangelica; pochi mesi dopo indossò l'abito francescano con il nome di Antonio. Antonio era figlio di Martino, nobile che la tradizione vuole della famiglia dei Bulhoes y Taveira de Azevedo - da noi chiamati più semplicemente i Buglioni - che annoverava tra i suoi membri il prode Goffredo, condottiero della prima crociata.
Gli studi non riuscirono però ad appagare le aspirazioni del suo animo generoso. Il giovane canonico trova la sua strada il giorno in cui a Lisbona approdarono le salme, di cinque frati francescani martirizzati nel Marocco. Decise allora di seguirne le orme entrando tra i francescani di Coimbra con il nome di frate Antonio. Partito per il Marocco, come missionario, vi rimase pochi mesi a causa di misteriose febbri che lo costrinsero a ritornare, ma durante il viaggio di ritorno una violenta tempesta lo fece naufragare sulla costa della Sicilia (aprile 1221).  Dalla Sicilia, insieme ad alcuni confratelli,  risalì quindi l'Italia, in compagnia di altri frati, diretti ad Assisi dove si svolgeva il Capitolo generale poi detto "delle stuoie". Era il 1221. Nella cittadina umbra Antonio conobbe Francesco, il quale qualche tempo più avanti, ammirato dalla sua profonda dottrina, lo chiamerà "mio vescovo".
Ad Assisi il frate portoghese venne destinato al convento-romitorio di Montepaolo, vicino a Forlì, dove rimase per qualche tempo alternando preghiere, lavoro e studio. Una predica improvvisata, in occasione di un'ordinazione sacerdotale (era venuto a mancare il predicatore ufficiale), impose all'attenzione di tutti la profonda cultura, la capacità oratoria, e la ricchezza interiore di frate Antonio. Lassù soggiornò fino al settembre del 1222, celebrando la Messa con i confratelli che avevano deciso, come lui, di vivere un periodo di "deserto" nella silenziosa quiete della montagna per vivere solo con Dio in rigore di penitenza ed intensa preghiera. I confratelli si resero subito conto delle capacità di frate Antonio per la sua profonda cultura biblica e lo invitarono a predicare tra la gente; da quel momento in poi frate Antonio divenne predicatore itinerante quotidiano. Durante la sua missione di predicatore, frate Antonio era invocato come potente intercessore presso Dio, il quale gli concede di operare tanti prodigi e miracoli. Qualche tempo dopo frate Antonio ebbe il grande conforto della visione di Gesù che gli apparve nelle sembianze di un fanciullo. Per più di un anno Antonio si dedica alla contemplazione e alla penitenza occupandosi delle mansioni più umili e aiutando i fratelli, poi un giorno si reca, con i confratelli, nella Chiesa di San Mercuriale per assistere all’ordinazione di nuovi sacerdoti, dove ha occasione di pregare alla presenza di una vasta platea composta anche da notabili. L’impressione provocata dalla sua spontanea eloquenza fu tale che fu nominato predicatore, insegnando talvolta anche a Francesco il quale gli raccomandò di non perdere lo spirito della preghiera e della devozione. La sua predicazione ebbe inizio in Romagna, prosegui poi nell’Italia Settentrionale, per combattere l’eresia Catara in Italia e Albigese in Francia, dove giungerà nel 1225.
Antonio era fermamente convinto che per contrastare gli eretici che disponevano di abili predicatori, fosse necessaria una preparazione teologica, per i frati minori e dopo molte insistenze Francesco gli consentì di fondare nel 1223 la prima scuola teologica francescana a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola.
La fama dell’eloquenza di Antonio e dei miracoli che accompagnavano la predicazione convinse papa Onorio a inviare Antonio in Francia per contrastare gli eretici catari, e Antonio rimase in quella terra per oltre due anni tra il 1225 e il 1227 predicando in Provenza, Linguadoca e Guascogna. Il padre provinciale di Provenza lo nominò dapprima guardiano del convento di Le Puy e poi superiore dei conventi del Limousin.
La notizia del trapasso di Francesco e del Capitolo generale indetto da frate Elia, costrinse Antonio a rientrare in Italia, e raggiunse la destinazione alla fine di Maggio dell’anno 1227. Il nuovo maestro generale dell’Ordine fra Giovanni Parenti nomina Antonio ministro Provinciale dell’Italia Settentrionale. A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Il ministro provinciale dell'ordine per l'Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personalele mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili. Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest'ultima data pone le basi della scuolateologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell'Italia settentrionale. Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo averceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico.
E' studioso della persona di Maria madre di Gesù e madre di Dio,  mariologo, convinto assertore dell'assunzione della Vergine
. Nel periodo successivo Antonio apre nuove case e visita i conventi per conoscere i frati e controllare le Clarisse e il Terz’ordine. A Firenze fissa la residenza a Padova scrivendo in due mesi i Sermoni domenicali e successivamente i Sermoni per le feste dei Santi, privilegiando i temi della fede, della morale e della virtù. L’amore di Dio e la pietà verso i poveri. La preghiera, l’umiltà e la mortificazione, scagliandosi contro orgoglio, avarizia, lussuria e usura. Nel 1228, su richiesta di Papa Gregorio IX, tiene le prediche della settimana di Quaresima e viene definito “Arca del Testamento”. In tale occasione si racconta che la folla cosmopolita lo sentisse predicare con la lingua di origine di ciascuno di loro. Dal 1228 al 1231 viaggia ininterrottamente nonostante le condizioni di salute precarie. Lasciato l'eremo di Montepaolo, il frate era già sulle strade polverose dell'Italia settentrionale e della Francia, missionario itinerante e predicatore, ad annunciare il messaggio evangelico e francescano, contro le labili costruzioni degli eretici che avevano infestato quelle regioni. Nella eretica Rimini, che rifiutava di ascoltare la Parola di Dio, egli andò a predicare ai pesci che lo accolsero sulla riva. In altre città eccolo sfidare gli eretici inducendo una mula, tenuta a digiuno per giorni, ad inginocchiarsi di fronte all'ostia consacrata, mentre alle sue froge giungeva invitante il profumo d'un bel mucchio di biada.
Tornato in Italia, si stabilì a Padova, dove proseguì la sua attività di Predicatore.
Celebre un suo quaresimale, tenuto a Padova alcuni mesi prima di morire, e un coraggioso quanto sfortunato incontro con il feroce tiranno Ezzelino da Romano, dal quale era andato a perorare la liberazione di alcuni prigionieri tenuti barbaramente segregati nelle celle del suo palazzo. Si ritira a Camposampiero vicino Padova per riposarsi, in una piccola stanza nell’Eremo regalato ai frati dal Conte Tiso immerso nella quiete della campagna, per riposarsi. A Camposampiero, Antonio si era fatto costruire dall'amico conte tra i rami fronzuti di un noce una piccola cella, dove si ritirava a pregare. Ma quella solitudine fu infranta dagli ammiratori che, scoperto il nascondiglio segreto, si recavano in massa a chiedergli il conforto della parola.
INella tarda primavera del 1231, Antonio fu colto da malore. Poco prima di morire chiese di essere riportato a Padova nella chiesetta di S. Maria Mater Domini, che gli era tanto cara. Morì alle porte della città il 13 giugno 1231. il 1 Deposto su un carro trainato da buoi, venne trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire. Giunto però all'Arcella, un borgo della periferia della città, la morte lo colse. Spirò mormorando: "Vedo il mio Signore". Era il 13 giugno. Aveva 36 anni. L’arca di marmo nella quale fu deposto divenne immediatamente meta di continui pellegrinaggi che non si sono mai arrestati fino ad oggi, e in occasione dei quale si sono verificati molti miracoli. Acclamato santo a furor di popolo ad appena un mese dal trapasso, Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato "frutto del peccato" secondo l'uomo per testimoniare l'innocenza della donna. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello. Antonio fu canonizzato nella cattedrale di Spoleto il giorno della Pentecoste del 1232 in presenza di papa Gregorio IX.
San Bonaventura da Bagnoregio, durante la traslazione del corpo avvenuta 32 anni dopo la morte di Antonio, trova la lingua del Santo incorrotta. La Reliquia si trova ora nella Cappella del Tesoro nella Basilica di Padova di cui Antonio è patrono. Pio XII, nel 1946 proclama sant’Antonio dottore della Chiesa, e gli conferisce il titolo di doctor evangelicus, per la sua ferma e costante adesione al Vangelo.

domenica 19 febbraio 2012

ORA DI RELIGIONE A MILANO

A Milano, nelle Scuole Superiori, su 10 studenti, 6 non fanno religione a scuola. E' un dato grave e preoccupante su cui bisogna fare una riflessione pacata e serena sulle cause di questo fenomeno. Il  20 febbraio scade il termine per iscriversi all'ora di religione e allora diciamo subito qual'è il programma che viene svolto dai docenti di questa disciplina. Nel biennio si parla in maniera esauriente ed esaustiva degli interrogativi che riguardano il senso della vita (chi sono io, da dove vengo, dove vado, per chi vivo? cosa ci sarà dopo?). La Bibbia, il libro che ha permeato la cultura occidentale, sarà oggetto di studio in particolare quei Libri che sono sempre di attualità. L'Antico Testamento che ha 39 Libri in comune con i "nostri fratelli maggiori nella fede", gli Ebrei, sarà al centro della didattica. A questo riguardo sarà approfondito bene l'Ebraismo. Mentre, il Nuovo Testamento che ci parla del mistero, della nascita, della vita, del messaggio, della morte e risurrezione di Gesù di Nazaret, sarà svolto in maniera adeguata nella classe seconda.
Nel triennio si parlerà della Chiesa (luci e ombre), delle Chiese, della Storia della Chiesa, del rapporto con Dio, del confronto con altre confessioni religiose (la nostra è una società multietnica, multicurale e multireligiosa) e altri sistemi di significato, della Dottrina della Chiesa, e dei documenti del Magistero. Non ci sarà posto, in questo insegnamento, per i temi di attualità (sesso, droga, musica rock) che, talvolta, qualcuno tratta per accattivarsi le simpatie degli studenti. A questo riguardo, occorre ricordare che gli studenti e le famiglie, all'atto dell'iscrizione, hanno detto SI ad un insegnamento di religione cattolica, e non già all'attualità. Il docente di religione, infatti, è un professionista della cultura religiosa e non un tuttologo. Da lui ci si attende una lezione di alto profilo culturale con tutti i sussidi didattici.
I nostri studenti (tranne poche e lodevoli eccezioni) sono poveri culturalmente nonostante lo Stato offra questa opportunità culturale e formativa e non conoscono la cultura religiosa come, per esempio, i loro coetanei del Nord Europa e degli Usa.
Il contesto culturale nel quale vivono i nostri studenti è quello della società postmoderna in cui illuminismo, idealismo e il marxismo sono superati ma siamo e restiamo nella modernità (Lyotard, Giddens, ecc.).  A ciò bisogna aggiungere il nichilismo (negazione dei valori umani e religiosi)."Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgarsi di quest'ospite e guardarlo bene in faccia".(M. Heidegger) Questo contesto culturale non aiuta i nostri studenti i quali spesso si riconoscono nel consumismo, edonismo, e materialismo: tutti valori contrapposti a quelli spirituali. Credono più all'avere che all'essere (E.Fromm).  Non si accostano ai Sacramenti da anni, non frequentano la Messa domenicale, non pregano più. L'ora di religione non fa proselitismo come molti sono indotti a pensare, ma vuole aiutare gli studenti ad acquisire una vera cultura religiosa nel Terzo millennio.

Alberto Giannino

CELENTANO AI CATTOLICI: PARLATE DI DIO E DELL'ALDILA' !

Non  si capisce razionalmente  questa bufera su Celentano, il quale ha reiterato l'invito ai giornali cattolici, Avvenire  e Famiglia Cristiana, di parlare di Dio, dell'anima e dell'aldilà. Le questioni di fede, contrariamente a quanto pensano i direttori delle due testate, interessano molto  i cattolici praticanti e, il fatto di non averle trattate adeguatamente, ha creato una generazione di ignoranti che non conoscono la Bibbia, Gesù Cristo la sua  vita, il suo mistero e il suo messaggio, la Chiesa, le Chiese,  le altre religioni, la dottrina sociale della Chiesa, e il suo Magistero. Celentano ha  sbagliato usando toni eccessivi, ma nella sostanza tutti condiviamo il suo invito a cambiare. Chiudere le due testate è certamente esagerato e impensabile, ma non si può parlare solo di attualità e politica pensando di catturare nuovi lettori per superare la crisi, aumentare la tiratura, e le copie nelle edicole. I due giornali sono cattolici e devono dire qualcosa di cattolico senza fare necessariamente del proselitismo, ma dando una informazione  religiosa. Infine, insultare il cantante con l'epiteto di ignorante, è segno di mancanza di carità  verso il prossimo. Il che, per dei cattolici, non è certo un segno di tolleranza e di rispetto.

Alberto Giannino