domenica 3 novembre 2013

SE VINCE GRILLO, PAESE A ROTOLI


 di Eugenio Scalfari

 GRILLO e l’Europa. Mi sembra questo il tema di maggiore attualità: la campagna elettorale che il proprietario e leader del Movimento 5 Stelle ha già aperto in vista delle elezioni europee del maggio 2014 e di quelle italiane che egli si augura e fa di tutto per provocare il più presto possibile.

Si tratta di una campagna di destra, una destra xenofoba contro gli immigrati, qualunquista contro i partiti (tutti i partiti, nessuno escluso) e contro le istituzioni, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio ai ministri (tutti i ministri) e contro la magistratura e la Corte costituzionale.

Non è più anti-politico il Movimento 5 Stelle poiché ora una politica ce l’ha, l’ha scelta. È a suo modo una politica rivoluzionaria perché vuole abbattere tutta l’architettura esistente ma con un obiettivo reazionario perché vagheggia una dittatura, la sua. Il movimento di popolo che le sue parole d’ordine indicano con chiarezza fa leva sui sacrifici, le speranze frustrate e la rabbia che ne deriva, ormai molto diffusa, che gli italiani sentono con sempre maggiore acutezza.

Di chi è la colpa, chi ne sono i responsabili, stando alle indicazioni di Grillo? I partiti che governano il Paese da oltre mezzo secolo, l’establishment economico, i sindacati, l’Europa. Questi sono i nemici da sconfiggere, mettere in fuga e sostituire. Con chi? Col popolo finalmente svegliato da Grillo, che sarà naturalmente lui a guidare, a istruire e ad educare.



Quando questa opera di lunga lena sarà compiuta lui si ritirerà.
Ovviamente sarà celebrato nei libri di storia come quello che...

Da qualche settimana l’Europa così come è fatta oggi e l’euro che la Banca europea stampa sono diventati i nemici principali e rappresentano i bersagli sui quali sparare per primi. La stessa strategia è quella usata dal Fronte nazionale francese della Le Pen, dal movimento anti-europeo di Germania (dove però non hanno neppure superato la soglia per entrare in Parlamento), in Grecia, in Danimarca, in Olanda.

Grillo ha anche in mente una sua politica economica. Non è mai andato a scuola di economia e conosce per sentito dire le scuole di Cambridge, di Vienna e del Mit degli Usa; ma sa interpretare e semplificare quello che molta gente pensa: ridurre le tasse, combattere evasione e corruzione, infischiarsene del debito pubblico, spendere per creare posti di lavoro senza preoccuparsi delle coperture, rispondere a pernacchie alle direttive europee e mandare per aria l’euro. Chi se ne frega dell’euro. Meglio una moneta nazionale stampata in Italia in quantità capaci a fare star meglio la gente, i giovani, gli anziani, tutti.

L’Europa non reggerà il colpo. Anche la sua architettura attuale crollerà e i movimenti che l’hanno distrutta la ricostruiranno a modo loro. E poiché il movimento principale sarà il 5 Stelle, che guiderà il Paese con il debito più alto di tutti gli altri, sarà dunque il 5 Stelle — cioè lui — a guidare la ricostruzione.

Questo pensa Grillo, lo dice e lo diffonde. Ormai è un Verbo, naturalmente incarnato. Ma non è il solo poiché anche a destra c’è qualcuno che — in modi appena più sfumati nella forma ma identici nella sostanza — dice cose analoghe. Finora erano due populismi di segno contrario, adesso sono due nazionalismi entrambi di estrema destra, entrambi demagogici, entrambi irresponsabili ed entrambi visti con favore da alcuni milioni di elettori.

Mi direte che questa è una visione pessimistica. Me lo auguro, naturalmente. Di solito tendo all’ottimismo della volontà e della ragione, che unifica la dicotomia di Gramsci. Ma ora, avendo alquanto approfondito il problema, molti dubbi mi hanno assalito. Alcuni li ho già manifestati due domeniche fa discutendo le caratteristiche del circuito mediatico. Oggi torno su questo tema e su quello delle tecnologie che da vent’anni hanno preso il governo del mondo.
                                                       

Molti amici che illustrano la filosofia italiana, tra i quali nomino qui Severino e Galimberti, hanno già affrontato questo tema; ma a me pare che sia venuto il momento di trarne alcune conclusioni che influenzano direttamente l’assetto della società globale nel quale vive ormai l’intero pianeta.
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Il cosiddetto “Datagate” rappresenta il centro di questo discorso. Ha agitato e continua ad agitare ormai da molti giorni le Cancellerie e i media di tutto il mondo, ma mi sembra che un punto sia stato trascurato: non esiste un Datagate semplicemente nordamericano che si estende e spia l’intero pianeta.

La raccolta, la registrazione e l’eventuale ascolto delle conversazioni telefoniche esiste in ogni società telefonica locale e — ecco il punto di fondo — ciascuna di esse è interconnessa con tutte le altre. Le conversazioni tra telefoni cinesi, sono registrate, classificate e ascoltabili in Cina ma sono interconnesse con quelle Usa e così le conversazioni che si svolgono in India, in Australia, in Brasile, in Gran Bretagna, in Canada, in Germania, in Russia, in Iran, in Siria, in Egitto. Insomma nel mondo intero, ovunque ci sia l’industria telefonica e gli strumenti che consentono le conversazioni.

Il Datagate mondiale non è stato che l’insieme di queste interconnessioni, alle quali si aggiunge un’altra rete che è quella di Internet.

Queste due tecnostrutture ci portano ad una conclusione che non ci piace affatto perché coinvolge un diritto fondamentale: la «privacy»; che è stata infranta e insieme con essa quel tanto di libertà che ne deriva.

La «privacy» e la libertà che da essa discende fanno ormai parte di un’altra epoca, non più della nostra. Sociologi e tecno-operatori di tutto il mondo sono perfettamente consapevoli di questa situazione e si domandano se esista la possibilità tecnica e la volontà politica di resuscitare la privatezza e quel tanto di libertà che vi è comunque connessa. Esiste ma comporta l’uso di regole e strumenti molto sofisticati. Oltre alla volontà politica di applicarli.

Naturalmente le due reti planetarie, quella dell’interconnesione e delle conversazioni telefoniche e quella di Internet, hanno effetti travolgenti sul circuito mediatico e quindi sulla formazione delle pubbliche opinioni. Ho già esaminato questo tema due domeniche fa mettendo in luce l’enorme potenza che le nuove tecnologie hanno conferito al sistema mediatico. Sono forze ambivalenti: cercano e possono scoprire la verità sull’andamento dei fatti e possono al tempo stesso manipolarla per meglio catturare l’interesse del pubblico.

In Italia sperimentammo il rischio che questi circuiti possono esercitare su singole persone quali per esempio il capo di un’agenzia di informazioni che aveva ottenuto un contratto operativo dalla Telecom di Tronchetti Provera e se ne valse per ascoltare alcune utenze private che potevano interessare uno dei dirigenti dei Servizi segreti italiani. Il quale ultimo usò in parte quelle intercettazioni per ragioni di sicurezza pubblica ma in parte per propri tornaconti personali. Ci fu un processo che durò alcuni anni arrivando ad una sentenza di condanna per Tavaroli (titolare dell’agenzia) e la sua squadra. Tronchetti fu condannato per la ricettazione di un dossier.

Ricordo questo fatto per dire che per un qualsiasi cittadino può essere molto più pericoloso per la sua privacy la rete locale che lo registra non quella americana o cinese o indiana che dispongono anch’esse di quella conversazione. Che cosa volete che me ne importi se la National Security Agency può accedere alle mie conversazioni? Non le ascolterà mai, non sa neppure chi sono. Se non ho fatto alcuna azione contro la sicurezza pubblica.

Potrò essere invece ascoltato da un Pollari di turno che sa benissimo qual è la mia professione e che può avere sotto gli occhi le mie conversazioni per sessant’anni con capi di partito, capi di imprese, di associazioni, di governi. Questo avviene in ciascun Paese e i mediatori di queste compravendite di conversazioni non fanno altro mestiere che quello di raccogliere materiali potenzialmente ricattatori sulla vita privata di persone che abbiano avuto un peso nella vita pubblica del Paese.
Conclusione: il Datagate abolisce la privacy, le reti locali sono le più temibili per i cittadini comuni, quella generale può esercitare interventi di difesa antiterroristica e/o spiare capi di Stato, di governo, di multinazionali.

Il tutto è integrato con i circuiti mediatici i quali influenzano nel bene e nel male la formazione e l’evoluzione dell’opinione pubblica mondiale. Un esempio: sia Assange sia Snowden disponevano di un enorme fondo di intercettazioni ma per rivelarlo e rivelarsi hanno dovuto ricorrere a due giornali, il Guardian e il New York Times, alla loro carta stampata e ai siti di cui dispongono.

Questo è ormai il mondo in cui viviamo con accresciuta fatica.
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Se per concludere andiamo dal più grande al meno grande, deriva da questa analisi la vitale importanza che l’Europa divenga al più presto uno Stato federale, l’euro non sia in nessun caso messo a rischio, gli strumenti politici europei si trasformino in strutture federali alle quali i governi, i Parlamenti, le Corti costituzionali, la Difesa, la politica estera dei singoli Stati trasferiscano i loro poteri.

Contro l’irrilevanza degli Stati europei, considerati ciascuno per proprio conto, non esiste altra alternativa.

L’Italia e il suo governo debbono battersi per questo obiettivo. La destra naziona-lista, xenofoba anti-euro, è una catastrofe di fronte alla quale i sacrifici di oggi diventerebbero caramelle.

La ripresa sarà lenta ma comincerà certamente nel 2014, tutti i sintomi ci sono già e tutte le fonti lo confermano.
Ma c’è anche l’incoscienza degli incoscienti e il pericolo è quello. Papa Francesco, lei che ci crede preghi per noi che ne abbiamo bisogno. Sarà comunque una preziosa testimonianza.

LA CANCELLIERI DEVE RASSEGNARE LE DIMISSIONI




Non è stata la famiglia Ligresti a chiedere aiuto all’amica ministro, ma è stata Anna Maria Cancellieri, Guardasigilli della Repubblica, a chiamare i Ligresti, per esprimere solidarietà subito dopo gli arresti di Salvatore, Jonella e Giulia, e mettersi a disposizione. Era il 17 luglio e l’immobiliarista siciliano era appena stato messo in detenzione domiciliare nella sua villa di via Ippodromo a Milano, mentre le sue due figlie erano state rinchiuse in cella. Per loro e i loro manager, l’accusa era falso in bilancio aggravato e aggiotaggio per la gestione della Fonsai.
L’invito alla compagna di Ligresti al ministeroAlle 16:42 di quel 17 luglio, Cancellieri chiama da un numero fisso del ministero della Giustizia il cellulare (intercettato) di Gabriella Fragni, la compagna di don Salvatore. “Lella, sono Anna Maria. Io sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene… Guarda, tu non lo puoi immaginare… ti voglio bene da morire”. Gabriella si commuove, piange: “È stata la fine del mondo… E poi tutto sommato lui non se lo merita… Non è che non ammetto che abbia fatto errori, Anna Maria, ma per l’amor di Dio…”. Cancellieri: “Senti, non è giusto, non è giusto, lo so… povero figlio, lo so, me l’hanno detto, me l’hanno detto… Comunque guarda: qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me, non lo so cosa possa fare, però guarda son veramente dispiaciuta”. Gabriella continua a piangere. Cancellieri tenta di consolarla: “Io non so se e quando mai rientrerò a Milano, ma appena riesco… ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa, veramente, con tutto l’affetto di sempre, guarda…”. Gabriella, rincuorata: “Va bene, va bene. Quando vieni t’aspetto”. “Ma se tu vieni a Roma”, conclude il ministro, “proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda. Non è giusto, guarda, non è giusto”.
Il giorno dopo, 18 luglio, alle 8.22, Gabriella Fragni chiama sua figlia. E dice cose pesanti. “Ieri ho avuto una telefonata che poi ti dirò. Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Ma che tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona. Ecco capito? Ah, son dispiaciuta… No, non si è dispiaciuti! Sono stati capaci di mangiare tutti…”. A chi si riferisce? È il pm che l’interroga, Marco Gianoglio, a farle notare che l’espressione “Son dispiaciuta” era stata usata proprio il giorno prima da Anna Maria Cancellieri. Gabriella replica: “La mia è stata un’espressione generica e non so a chi potesse essere riferita”. Il pm incalza: visto che lei ha detto che Ligresti “ha aiutato tante persone, un aiuto potrebbe essere stato dato anche ad Anna Maria Cancellieri”. Risposta: “Non so proprio”. Il pm insiste. Che cosa vogliono dire le sue affermazioni: “Sai cos’erano. Capaci di chiedere tutti… che potrei fare i nomi… hanno mangiato tutti”. Gabriella cerca di spiegare: “Era solo uno sfogo con mia figlia, non mi riferivo a persone in particolare”.
Fare qualcosa per la scarcerazione di Giulia                  

Un mese dopo, il 17 agosto, Gabriella Fragni parla al telefono con il fratello di don Salvatore, Antonino Ligresti. I due fanno riferimento allo stato di salute di Giulia, ancora agli arresti, e al fatto che il giudice le ha negato la scarcerazione, malgrado il parere favorevole del pm. “È una cosa disastrosa, guarda. Senti Nino”, dice Gabriella, “vorrei che tu raggiungessi, perché non ci sono riuscita , quella nostra amica”. Nino: “Sì”. Gabriella: “Penso che potrebbe fare qualcosa”. E prosegue: “Perché han fatto una cosa fuori regola… insomma, cioè voglio dire, tutti hanno le loro colpe, accanirsi diventa veramente una cosa schifosa”. Ma chi è “la persona che potrebbe fare qualcosa per Giulia”? La convivente di don Salvatore lo spiega ai pm: “Posso dire… che è il ministro Cancellieri”.
Due giorni dopo, il 19 agosto, Nino Ligresti rassicura Gabriella. “Ho stabilito il contatto e aspetto risposta”. “Ah, bene”, risponde Gabriella, “Sapevo, guarda, non mi posso sbagliare. Ho detto: se c’è una persona, è lui, non c’è niente da fare. Insomma, vuol dire che sangue qualcosa fa, eh? Dai!”. Cancellieri è da più di trent’anni amica dei Ligresti. Suo marito, il farmacista Sebastiano “Nuccio” Peluso, è molto vicino ad Antonino. E loro figlio, Piergiorgio Peluso, è stato per qualche tempo manager di Fonsai. I tabulati telefonici provano che Nino cerca due volte al telefono il ministro il 18 agosto e le parla per sei minuti il 19, poco prima di chiamare e rassicurare Gabriella.
Il prefetto dalla carriera più brillante mai vista in Italia. Da giovane funzionaria della Prefettura di Milano (1972) a candidata presidente della Repubblica (2013). Per il Quirinale ha racimolato pochi voti, d’accordo, ma intanto Anna Maria Cancellieri è diventata ministro della Giustizia, dopo essere stata ministro dell’Interno. Ora dovrà riuscire a spiegare il suo “intervento umanitario” ad personam, a favore di Giulia Ligresti, detenuta eccellente e amica di famiglia (“Qualunque cosa, guarda… conta su di me”). Ma già trent’anni fa i suoi rapporti con la famiglia Ligresti erano strettissimi. I primi passi della sua folgorante carriera li muove all’ombra della Madonnina, negli stessi anni in cui don Salvatore diventa silenziosamente “il re del mattone” e il fratello Antonino “il re delle cliniche”.  La buonuscita d’oro del figlio Peluso da FonSai          La vicinanza tra il ministro e la famiglia Ligresti, d’altronde, è un fatto noto. Il figlio della Cancellieri, Piergiorgio Peluso, ha incassato nel 2012 una buonuscita di 3,6 milioni di euro dopo un anno di lavoro come direttore generale della compagnia assicurativa Fondiaria Sai. L’attuale direttore finanziario di Telecom, vissuto a lungo in una casa del centro di Milano di proprietà del gruppo Fondiaria, era entrato nella società nel maggio del 2011, dopo essere stato responsabile del Corporate & Investment banking di Unicredit per l’Italia, posizione dalla quale aveva trattato l’esposizione delle società della famiglia siciliana verso l’istituto di Piazza Cordusio.

E ora i nodi tornano al pettine. La Procura di Torino, secondo la ricostruzione di Repubblica, si è accorta esaminando i tabulati telefonici della famiglia Ligresti che ci sono stati diversi contatti con la Cancellieri, fin dal giorno degli arresti di Giulia. In una di queste telefonate la compagna di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, ha suggerito al cognato di contattare il ministro come ultimo tentativo, visto che la situazione della figlia Giulia non trovava soluzione. E la stessa Fragni ha confermato la chiamata, rimasta impigliata nella rete delle intercettazioni.
La Cancellieri ha quindi ammesso di avere “sensibilizzato i due vice capi del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano, perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati”, chiarendo in un secondo momento che il suo interessamento era stato per un carcerato soltanto, Giulia Maria Ligresti, che pochi giorni dopo è andata agli arresti domiciliari. Il tribunale di Torino aveva accolto all’inizio di settembre il patteggiamento a due anni e otto mesi di reclusione e 20mila euro di multa, un mese dopo che, nonostante il parere favorevole dei pm alla scarcerazione di Giulia alla luce delle sue condizioni di salute, il gip Silvia Salvadori aveva confermato la custodia cautelare per il pericolo di fuga.
Intanto il legale di Giulia Ligresti, l’avvocato Alberto Mittone, ha fatto sapere che “fu la stessa Procura di Torino a interessarsi alle condizioni di salute della donna, tanto che aveva disposto un accertamento medico“, ricordando che anche il procuratore capo Gian Carlo Caselli si preoccupò delle condizioni di salute.
I prefetti a busta paga nella storia dei Ligresti             
Non è la prima volta che i riflettori sono puntati sui legami dei Ligresti con il mondo della politica. E non solo. La famiglia siciliana è stata un punto di riferimento negli anni per amici e parenti. Banchieri, avvocati, professionisti vari, perfino prefetti della Repubblica, che dall’ingegnere di Paternò hanno ricevuto case, incarichi professionali e societari con tanto di lauti compensi, a volte milionari. Ne sa qualcosa il catanese Filippo Milone, che ha sempre lavorato nelle società immobiliari dei Ligresti. Il padre di Milone, Antonino, era viceprefetto a Milano una cinquantina di anni fa, quando il futuro padrone di Fondiaria concluse i primi affari immobiliari nella città.
 
Da Milone padre si arriva fino alla Cancellieri, che ha lavorato a lungo alla prefettura della metropoli, collaborando anche con l’allora prefetto Enzo Vicari, che una volta lasciati gli incarichi pubblici, diventò amministratore di alcune società del gruppo Ligresti. Dopo Vicari, morto nel 2004, un altro ex prefetto milanese, Bruno Ferrante, trovò lavoro nella galassia Ligresti. E anche Gian Valerio Lombardi, ex prefetto di Milano e oggi commissario di Aler Milano, ha ottimi rapporti con la famiglia. In particolare suo figlio Stefano, avvocato, è grande amico dei figli di Ligresti. Si arriva così all’anno scorso, con la liquidazione d’oro incassata dal figlio della Cancellieri dopo l’uscita da FonSai.
                                                       Salvatore Ligresti

PAPA BERGOGLIO: DIO E' PADRE





«Non c'è professione o condizione sociale, non c'è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli - ha detto ggi Papa Francesco all'Angelus - Dio ricorda sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato».

La conversione di Zaccheo. «Egli è Padre - ha proseguito il Pontefice - sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e qualche volta anche incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno».
Il Papa commentava l'episodio evangelico della conversione di Zaccheo, il cui nome significa appunto "Dio ricorda":
«Un uomo - ha ricordato Bergoglio - che è una pecora perduta, è disprezzato e "scomunicato", perché è un pubblicano, anzi, il capo dei pubblicani della città, amico degli odiati occupanti romani, ladro e sfruttatore. Bella figura, eh? Ma Gesù, vedendolo arrampicato su un albero al suo passaggio, lo chiama per nome e lo va a trovare in casa, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico». Poi, "a braccio", il Papa ha aggiunto: «Perché anche in quel tempo si chiacchierava tanto!».

«Gesù è misericordioso, mai si stanca di perdonare». «Io dico a te: se hai un peso sulla tua coscienza, se hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po', non spaventarti, pensa che qualcuno ti aspetta. - ha detto il Papa - E questo è tuo padre, è Dio, è Gesù che ti aspetta. Ti assicuro che non sarai deluso: Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare. Ricordatelo bene, così è Gesù».

mercoledì 30 ottobre 2013

Papa Francesco, «L'amore di Dio brucia i nostri egoismi»,


«L'amore di Dio brucia i nostri egoismi», perché la Chiesa è una «comunione tra le persone sante». Lo ha detto il Papa, che ha dedicato la catechesi di oggi alla «comunione dei santi», definendola «una verità tra le più consolanti della nostra fede, poiché ci ricorda che non siamo soli ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo».
Una comunione che «nasce dalla fede», perché il termine «santi» si riferisce a «coloro che credono nel Signore Gesù e sono incorporati a lui nella Chiesa mediante il battesimo». Per questo i primi cristiani erano chiamati anche «i santi». «La Chiesa, nella sua verità più profonda, è comunione con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna», ha detto il Papa. «Se siamo intimamente inseriti in questa matrice, in questa fornace ardente di amore che è la Trinità, allora possiamo diventare veramente un cuore solo e un'anima sola tra di noi», ha assicurato Papa Francesco, perché «l'amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni interiori ed esterne». «Essere uniti fra noi ci conduce ad essere uniti con Dio», ha aggiunto a braccio.
«La nostra fede ha bisogno del sostegno degli altri, specialmente nei momenti difficili», perché «comunione» è «comune unione», e «tutti uniti siamo una grande famiglia». È il secondo aspetto della «comunione dei santi» su cui si è soffermato il Papa nell'udienza di oggi. «Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri», ha esclamato Papa Francesco, secondo il quale «la tendenza a chiudersi nel privato ha influenzato anche l'ambito religioso». «Chi di noi non ha sperimentato insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede?», si è chiesto il Papa. «Tutti, anche io», ha risposto a braccio: «Fa parte del cammino di fede, fa parte del cammino della vita». «Tutto ciò non deve stupirci - ha detto il Papa - perché siamo esseri umani, segnati da fragilità e limiti». Tuttavia, in questi momenti difficili, «è necessario confidare nell'aiuto di Dio» ma, al tempo stesso, «è importante trovare il coraggio e l'umiltà di aprirsi agli altri». «Nella comunione dei santi siamo una grande famiglia, dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro».
«La comunione dei santi va al di là della vita terrena, va oltre la morte e dura per sempre». Lo ha detto il Papa, che nella parte finale della catechesi odierna ha ricordato che «la comunione spirituale che nasce dal battesimo non viene spezzata dalla morte, ma, grazie alla Risurrezione di Cristo, è destinata a trovare la sua pienezza nella vita eterna». Per il Papa, «c'è un legame profondo e indissolubile tra quanti sono ancora pellegrini in questo mondo e coloro che hanno varcato la soglia della morte per entrare nell'eternità: tutti i battezzati quaggiù sulla terra e tutti i beati che sono già in paradiso formano una sola grande famiglia». Questa «comunione tra terra e cielo», ha fatto notare il Papa, «si realizza specialmente nella preghiera di intercessione, che è la più alta forma di solidarietà, ed è anche alla base della celebrazione liturgica di Tutti i Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, che vivremo nei prossimi giorni». «Abbiamo questa bellezza della fede - ha commentato Papa Francesco a braccio - che ci fa fratelli, che ci accompagna nel cammino della vita e ci fa ritrovare un'altra volta in cielo». «Il cristiano deve essere gioioso», ha aggiunto: «Anche con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle che fanno questa strada per andare in Cielo, che sono in cielo e preparano questa strada per noi. Avanti su questa strada con gioia!»
«Vi invito a pregare per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza, perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell'unità e della stabilità». È l'appello lanciato dal Papa, prima dei saluti in lingua italiana che come di consueto concludono l'appuntamento del mercoledì con i fedeli in piazza San Pietro. «Al termine dell'udienza - ha detto il Papa ai 50mila presenti in piazza - saluterò una delegazione di sovraintendenze irachene, con rappresentanti dei diversi gruppi religiosi, che costituiscono la ricchezza del Paese, accompagnata dal card. Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso». Anche nei saluti in lingua araba Papa Francesco aveva citato l'Iraq: «Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dall'Iraq», le sue parole. «Quando sperimentate insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede - ha detto il Papa - cercate di confidare nell'aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, di trovare il coraggio e l'umiltà di aprirsi agli altri». «Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri nell'avventura meravigliosa della fede!», ha concluso.

GIRO DI BABY PROSTITUTE CON L'ASSENSO DELLA MADRE

 
 
“Quella madre ha venduto il corpo della figlia come un macellaio vende una bistecca”. La riflessione, “commerciale”, dello psicologo clinico Enzo Cordaro traccia in modo drammatico la storia delle due studentesse costrette da cinque persone, fra cui la madre di una delle due, a prostituirsi in un appartamento dei Parioli, uno dei quartieri più esclusivi della Capitale. Le indagini erano cominciate dopo che la mamma di una delle due baby prostitute, ragazzine di quattordici e quindici anni diventate cocainomani, si era preoccupata per l’inconsueta aggressività e per il denaro che la figlia mostrava di maneggiare. “La mamma che fa prostituire la figlia è una drammatica degenerazione delle relazioni sentimentali e affettive”, spiega Cordaro, rilevando come il mondo occidentale stia convergendo verso una rappresentazione sempre più consumistica della realtà, forse anche per questo “anche il sesso è stato fatto rientrare da quella madre in una categoria del commercio”.
Da quel che si può desumere dalle cronache, le due giovanissime liceali erano in un certo qual modo consenzienti, di sicuro per Cordaro non si può incolpare della drammatica vicenda i social network. “Sono strumenti di contatto neutro” che possono essere utilizzati in modo sbagliato, ma è inutile demonizzare i network (anche se sarebbe opportuna una autoregolamentazione): “Tutto dipende da chi gli usa”. Nessuno può controllare il Web, libero per antonomasia, il problema vero è il depauperamento della cultura sociale: “Consumare è diventata una parola d’ordine, così anche vendere il proprio corpo, può essere considerato business”. Un tempo, il compito di “tirare le briglie” spettava alle famiglie e alla scuola. “I genitori possono fare molto, ma l’esperienza clinica mi ha fatto capire che sempre più spesso padri e madri stanno perdendo il loro ruolo” dice lo psicologo. Nemmeno la scuola è esente da colpe: “Sta perdendo la sua coerenza di ruolo: mandiamo i figli a scuola ma se un professore si arrischia a punire uno studente, è l’intero nucleo familiare, se non tutta la collettività, a reagire a volte in modo incomprensibile contro il “professore”, enuncia Cordero.
                                                                      

La vicenda è stata monitorata anche dal Movimento Italiano Genitori (Moige). La presidente Maria Rita Munizzi chiede a tutte le famiglie di stare allerta. “Un plauso alla mamma che ha fatto scattare la denuncia, allarmata dal comportamento aggressivo della figlia e dalla sua improvvisa disponibilità economica. Il dialogo, si sa, è alla base di ogni rapporto, e più questo è aperto, più è facile confrontarsi senza imbarazzi e pregiudizi su qualsiasi argomento. Raccontare una brutta esperienza è l’unico modo per essere aiutati, protetti e tutelati dalle insidie della rete”, commenta Munizzi. Che poi sottolinea il ruolo dei network. “Vietare i social network e le chat è inutile, crea un provocatorio effetto di opposizione. Bisogna educare i figli alla prudenza e alla navigazione sicura, spiegare che è bene non comunicare a nessuno informazioni personali come indirizzo di casa, numero di telefono, nome della scuola; non prendere appuntamenti con persone conosciute in chat, non condividere la propria password con nessuno, neanche con gli amici”, evidenzia il presidente del Moige. 
Bisognerebbe sempre ricordare ai minori che il materiale pubblicato su internet “può rimanere disponibile online anche per molto tempo”. In effetti, “quando è pubblicata una foto o un qualsiasi contenuto, anche se goliardico, su di un sito o un social network, se ne perdono i diritti e non è riconosciuta la possibilità di rimuoverli (tranne che in eccezionali situazioni qualora intervenga la polizia postale). Inoltre, anche se si riuscisse a eliminare una foto o un video non riusciremmo mai a cancellarla dai dispositivi di coloro che l’hanno salvata” rileva la rappresentante del Moige. Munizzi pone in rilievo quale ruolo deve avere la scuola . “Fondamentale è dedicare in classe tempo per la media education, trasmettendo ai bambini l’importanza di una fruizione responsabile dei media e creando un’azione di sistema e coordinamento con la scuola e le famiglie per educare i bambini a un approccio corretto e consapevole al loro utilizzo”. Parole che suoneranno sante per tutti, tranne per la mamma “macellaia”.
 

domenica 27 ottobre 2013

E' MARINA BERLUSCONI L'EREDE POLITICO DI SILVIO

 
 
 
 
La notizia del giorno è che Marina Berlusconi, 47 anni, imprenditrice, figlia del Cavaliere e della signora Dell'Oglio, è in procinto di scendere in campo per guidare la rinata Forza Italia. Poichè il padre Silvio è stato dichiarato dalla Corte d'Appello di Milano interdetto dai pubblici uffici per due anni e il Senato è pronto per votare la sua decadenza, il Cavaliere è corso ai ripari.
1) Vuole vincere a tutti i costi alle prossime elezioni politiche e nel pdl non c'è un leader capace di contrapporsi a Matteo Renzi del PD;
2)Ha rispolverato il vecchio e glorioso simbolo di Forza Italia e lo guiderà Marina la primogenita preferita e fedelissima di papà.                            
Marina ha sempre fatto l'imprenditrice e quindi il suo modello di partito è quello all'americana. Non certo quello di Fitto e di Angelino Alfano. I candidati saranno quasi tutti milionari, in modo tale che il partito non debba pagarlo la famiglia. E la leader incontrastata e assoluta sarà lei Marina.
Marina non ha fatto politica nè alla Camera nè al Senato nè al Governo. Ma se la sua Forza Italia dovesse vincere sarà lei a guidare il Paese per i prossimi cinque anni. Del resto se la signora Moratti ha guidato Milano non si capisce perchè Marina non debba guidare l'Italia dopo essersi occupata di Fininvest e di Mondadori. Credo che sul partito avrà le idee molto chiare con progetti e novità e programmi nuovi.  Avrà due compiti davanti a sè. Il primo è quello di scegliere la classe dirigente per capacità e meriti. Il secondo è quello di battere Matteo Renzi, anni 38, giovane gradito alla sinistra che però dovrà vedersela con Letta.
Marina studierà tutti i dossiers sul tavolo (ambiente, welfare, salute, istruzione, università, esteri, interno, giustizia, difesa, trasporti, economia, agricoltura, integrazione, riforme istituzionali, affari europei, affari regionali, pubblica amministrazione, pari opportunità,sport e politiche giovanili).Dopo sarà pronta a sfidare Matteo Renzi anche se lui ha 9 anni meno di Marina e una laurea in Giurisprudenza.
                 


venerdì 25 ottobre 2013

FRANCESCO IL PAPA CHE DIVIDE PROGRESSISTI E CONSERVATORI



Papa Francesco piace… non a tutti. L’idillio è finito. Dopo sette mesi di innamoramento collettivo, voci contrarie a Papa Francesco si sono levate dalle pagine di un quotidiano. E le conseguenze non sono state indolori. C’è poi chi cerca di normalizzare Bergoglio, di inserirlo in una logica di continuità pontificia, così da attenuarne la portata rivoluzionatia. Comunque sia, la luna di miele ormai sfuma.
Papa Francesco si inchina a Rania di Giordania – 
 «Questo Papa non ci piace» è il titolo forte dell’articolo su Il Foglio di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, il primo giornalista e studioso di letteratura, il secondo canonista e docente di Bioetica, entrambi esponenti del mondo tradizionalista cattolico. Si accusa il pontefice di «relativismo morale e religioso», puntando il dito sull’intervista rilasciata da Francesco al non credente Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica. Il passaggio sull’autonomia della coscienza e sulla visione personale del Bene e del Male contrasterebbe con il magistero dei precedenti Pontefici. I due autori richiamano così il capitolo 32 della Veritatis Splendor in cui Giovanni Paolo II, contestando «alcune correnti del pensiero moderno», scriveva che «si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale», tanto che esso è diventato «radicalmente soggettivista».
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Quando il Papa dice a Scalfari che «il proselitismo è una solenna sciocchezza», incalzano i giornalisti, è come se disconoscesse il lavoro fatto dalla Chiesa per convertire le anime al cattolicesimo. Poi si arriva all’intervista del Papa a Civiltà Cattolica, con il suo richiamo al Concilio Vaticano II che «è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea». Ma un Vangelo «deformato alla luce del mondo», si domandano Gnocchi e Palmaro, quanti altri mutamenti dovrà subire?
Papa Francesco beve dalla lattina di un fedele e manda nel panico la sicurezza –
ALLONTANATI DA RADIO MARIA 
La visita di Francesco ad Assisi, il 4 ottobre, diventa per loro «un’imponente esibizione di povertà». Questo Papa è un leader «che dice alla folla proprio quello che la folla vuol sentirsi dire. Ma ciò viene fatto con grande talento e mestiere». L’augurio è che si impari l’umiltà vera, consistente «nel sottoporsi a Qualcuno di più grande, che si manifesta attraverso leggi immutabili persino dal Vicario di Cristo». Punto. Per Gnocchi e Palmaro, la conseguenza di tanta libertà di pensiero è l’allontamento da Radio Maria. Collaboravano da dieci anni, per loro ammissione in totale autonomia. Ma il direttore don Livio Fanzanga ha chiarito: «Tra i principi della nostra emittente c’è la fedeltà al Papa e al suo magistero».

I giudizi negativi vengono comunque condivisi da circoli intellettuali e gruppi tradizionalisti attivi sul web. A dar fastidio sono l’insistenza del Papa sui principi del Concilio, la sobrietà eccessiva, il viaggio a Lampedusa tra gli immigrati, i frequenti accenni alla misericordia di un Dio che non si stanca mai di perdonare. Gli stessi motivi che invece fanno leva sulle masse e conquistano a Francesco una popolarità vastissima, senza appartenenza né colore.
Certo Il Foglio si è smarcato dal consenso unanime, e non da ora, diventando il polo dei ratzingeriani irriducibili. Il direttore Giuliano Ferrara scriveva qualche settimana fa: «Le mie ferite non sono curabili nel suo ospedale da campo», con riferimento all’espressione usata da Francesco nell’intervista a Civiltà Cattolica. La critica era per il gesuita relativista che, come lo scomparso cardinal Martini, «assolve il mondo che ha processato e condannato la Chiesa cattolica e il pensiero cristiano». Sempre su quelle pagine, il giornalista e saggista Mattia Rossi sostiene una tesi cara agli ambienti tradizionalisti: Francesco, ai limiti dell’eresia, sta fondando «una nuova religione, una neo-chiesa in netta rottura non solo con i predecessori ma con il magistero cattolico perenne». Cita esempi, come la scomparsa dal pensiero di Bergoglio del peccato originale, e ne sindaca la fratellanza «umanitarista da ong e sentimentalista, tanto sbandierata quanto inaccettabile». Lorenzo de Vita, editore della cattolica Effedieffe, in uscita con Mistero di iniquità di Pierre Virion, aggiunge: «Questo Papa vuol portare alle estreme conseguenze le aperture del Concilio. Preoccupa. Se fuori dalla Chiesa non c’è salvezza, ha un senso aprire il recinto per accogliere il maggior numero di persone. Cristo però ha detto: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”. Allora salvarsi l’anima implica un percorso di sofferenza, ostico. Se ora Scalfari si sente giustificato, io penso alla Maddalena pentita. Gesù l’ammonì: “Va’ e non peccare più”».
«LOBBY E POTENTATI LAICISTI» - Sotto accusa finisce il nuovo linguaggio usato dal Papa e con strumenti diversi da quelli della consuetudine. Lo storico Roberto de Mattei, tradizionalista, lo ha definito «molto pericoloso», perché «chi domina il mondo della comunicazione non è il Papa né tantomeno i cattolici, ma lobby e potentati laicisti in grado di farne un uso distorto». Di conseguenza, ha espresso «una posizione di forte riserva nei confronti della strategia comunicativa del Pontefice».
Il professor Pietro De Marco, sull’autorevole blog di Sandro Magister Settimo cielo, rompe «il coro cortigiano» che si infiamma  agli interventi pubblici di Bergoglio: «Il Papa piace a destra e a sinistra, a praticanti e a non credenti senza discernimento. Il suo messaggio prevalente è “liquido”. Su questo successo, però, non può essere edificato niente, solo reimpastato qualcosa di già esistente e non il meglio». Prevede che anche i media si stancheranno «di fare da sponda a un Papa che ha troppo bisogno di loro». E conclude: «Non approvo gli estremismi tradizionalisti, ma non v’è dubbio che la tradizione sia la norma e la forza del successore di Pietro». Sandro Magister, vaticanista di L’Espresso, aggiunge: «La forza di Francesco sta nel non prendere mai posizione. Dice cose che vanno incontro alle attese di chi ascolta, evitando di toccare in modo netto temi che possono portare divisioni. Fa cenni vaghi. Ma questa modalità di comunicare non può durare in eterno e rischia di scontentare sia a destra sia a sinistra». Per ora Ritanna Armeni spiega bene come la sinistra, da tempo orfana di un padre che indichi «questo si fa, questo non si fa», si sia accoccolata su Francesco che restituisce dignità al Terzo Mondo e alla lotta per il lavoro.
Ma perfino tra i progressisti c’è chi rompe il consenso. Piero Stefani, intellettuale del cattolicesimo, scrive: «Si è di fronte a un susseguirsi di parole, fatti, gesti. Quasi quotidianamente c’è qualcosa di nuovo: encicliche pubblicate e annunciate, digiuni, preghiere, interviste, lettere, discorsi, nomine, udienze, viaggi, telefonate, twitter. Non si riesce a fissare un punto non dico di sosta, ma neppure di svolta. A partire da tutto ciò, e contro l’intenzione profonda del Papa stesso, quanto resta al centro è la persona stessa di Francesco e non già il suo messaggio. Così rischia di identificare il messaggio evangelico con se stesso».
LA RAMPOGNA DEL GESUITA AMERICANO - Ed ecco il “rabbuffo“ al Papa del gesuita americano Francis X. Clooney. Sempre sul Foglio si chiede come mai, se giudica lebbrosa la Curia, ne abbia canonizzato «il suo campione Wojtyla». Inoltre non gradisce lezioni di ecumenismo, quando il Papa dice che è stato fatto poco in quel senso. Già in passato, invece, e proprio sul tema della fratellanza interreligiosa, Magdi Cristiano Allam critica duramente Francesco. Durante un Angelus di agosto, questi si rivolge «ai nostri fratelli musulmani» dopo il Ramadan. Ma il giornalista argomenta che l’Islam pretende di «superare» il cristianesimo, continuando a massacrare «gli infedeli». Perciò nessuna legittimazione: «Così si scade nel relativismo religioso che annacqua l’assolutezza della verità cristiana».
Ma, a parte casi particolari, quanto è ampia l’area di opposizione al Papa? Massimo Introvigne, sociologo e fondatore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), dice: «Occorre distinguere. Ci sono i cattolici vecchio stampo, quelli che provano un certo disagio di fronte a gesti come il colloquio con Scalfari, ma rimangono leali al Papa e al suo magistero; e piccoli gruppi che invece traggono occasione da questo disagio per ribadire critiche al Concilio, cosa che già facevano con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. In questa categoria rientra senz’altro la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, di cui molti intellettuali detti più o meno “tradizionalisti” sono simpatizzanti o almeno compagni di strada e frequentatori. Per questo mondo, l’impatto con Papa Francesco esaspera semmai il pericolo di scisma. Che però, insisto, c’era anche prima». Alberto Melloni, storico del Cristanesimo e autore di Quel che resta di Dio (Einadi),  aggiunge: «Il tradizionalismo cattolico è sempre stato eversore. Ha accusato Papa Giovanni d’essere un agente sovietico (ricordo un libretto dal titolo Nikita Roncalli), Paolo VI l’Anticristo, Wojtyla un sincretista quando fece la preghiera di Assisi. La moda di prendersela col Papa è antica, non ci vedo molto di nuovo. Ed è una forma di semplicismo ideologico dire: la tradizione ha sempre voluto e detto solo questo. Non è vero. Ciò che il Papa insegna è la caratteristica pluriforme della Verità cristiana, in un atteggiamento di continua ricerca di Dio. Questi tradizionalisti, graffitari della Chiesa che vanno a scrivere la loro protesta sui muri, sono niente».
LA SCHIERA DEI “NORMALISTI” - C’è poi la legione di quanti, di fronte alla dirompente novità di Francesco, cercano di convincere se stessi e gli altri che nulla cambia. La parola chiave è «continuità» rispetto al passato. Scrive sul Corriere della Sera Vittorio Messori, contestualizzando questo Papa: «Con il suo stile da “parroco del mondo”, vuole impegnare la Chiesa intera in quella sfida di rievangelizzazione dell’Occidente che fu centrale anche nel programma pastorale dei suoi due ultimi predecessori. Nessuna frattura, dunque, bensì continuità, pur nella diversità dei temperamenti».
Ma riuscirà, Francesco, ad attuare il suo programma così ambizioso? «È un Papa destinato a dividere», nota Ignazio Ingrao, vaticanista di Panorama. «Se da un lato attrae le folle, dall’altro mette in crisi tutto un sistema anche di potere, di concezione dell’autorità della Chiesa. E questo gli procura dei nemici. Bisognerà vedere se riusciranno a fermarlo. Francesco si spoglia degli orpelli del monarca, ma compensa con uno straordinario carisma. Tuttavia io credo che i suoi oppositori cresceranno. Il punto più critico di questo Pontificato è il livello di attesa, di aspettative che crea. E che rischia di non riuscire a soddisfare».